Alleanza giallorossa in fase di definizione, la conferma a Premier di Giuseppe Conte appare l’unica certezza: cosa resta della precedente coalizione?

La crisi di governo ha inciso drasticamente sull’equilibrio, già precario, dell’ alleanza M5S e Lega capeggiati rispettivamente da Luigi di Maio e Matteo Salvini,nei ruoli di Vicepremier , affiancati da Giuseppe Conte, avvocato, eletto Premier del nuovo governo. Una figura rigida, tecnica, imparziale a garanzia del rispetto delle leggi, controllore delle idee progettuali e di sviluppo avanzate dai partiti alleati. Un incarico che si rivelerà non facile per il neo eletto premier, consapevole del fatto che mediare tra due poli di opposta matrice politica, ognuno caratterizzato da ideologie differenti e contrastanti, sarebbe stato complicato ancor pria della nascita del governo stesso e che questa intesa fittizia tra M5S e Lega sarebbe potuta venir meno in qualunque momento.

I patti, dunque, sono stati chiari sin da subito: dall’immigrazione, passando per le opere pubbliche, alla questione europea i punti d’accordo comune tra Di Maio e Salvini scarseggiavano ma comunque volenterosi di raggiungere una tregua perché questo governo s’ha da fare. Dopo l’escalation di tensioni e scontri all’interno dell’esecutivo gialloverde, cominciati con il caso Siri e proseguiti lungo la campagna elettorale verso le Europee, non tarda ad arrivare la goccia che fa traboccare il caso che pare sarebbe da rinvenire nella scelta del M5S di approvazione di Ursula von der Leyen alla carica di presidente della Commissione europea in pectore  e Matteo Salvini non ci sta: da questo momento in poi i due alleati cominceranno ad accusarsi ed incolparsi, fino a raggiungere il disaccordo più totale che convincerà il Vicepremier Matteo Salvini ad aprire la crisi di governo cui fa seguito mozione di sfiducia al Premier in carica, Giuseppe Conte.

Un matrimonio – senza precedenti in Italia – nato non tanto dall’amore reciproco di due forze politicamente agli antipodi quanto da un esplicito “stato di necessità”, che continua a condizionare la vita quotidiana della maggioranza.Raramente i due alleati hanno fatto gioco di squadra, se non a parole. Spietata invece la concorrenza nel portare avanti l’agenda politica e nel comunicare all’elettorato di riferimento (anche potenziale) i progressi nella realizzazione del “proprio” programma elettorale.

dalla strategia “no agli sbarchi”promossa fin dal suo arrivo al Viminale dal ministro dell’Interno, è altrettanto appannaggio della Lega e di Salvini anche il forte incremento dei fondi per la sicurezza urbana (da 3 a 50 milioni di euro) stanziati dalla legge di bilancio 2019. Oltre a questi quattro provvedimenti possono senz’altro essere attribuiti politicamente alla Lega, anche l’avvio dell’operazione flat tax (la tassa piatta al 15% introdotta dalla legge di Bilancio per gli autonomi, sostituiva dell’imposta sul reddito, delle addizionali regionali e comunali e dell’Irap) e il superamento della legge Fornero con Quota 100 (previsto dal Decretone 4/2019).Successo invece da condividere a pari merito tra Lega e M5S l’introduzione di norme a salvaguardia per i cittadini truffati dalle banche (un tesoretto da 1,5 miliardi di euro previsto dalla manovra per risarcire tutti i risparmiatori truffati dagli istituti bancari finiti in bancarotta) e la rottamazione ter delle cartelle esattoriali dal 2000 al 2017 regolata dal Decreto fiscale 119/2018.  Tra i provvedimenti attribuibili solo alla Lega deve essere invece inserita anche loperazione «saldo e stralcio», il condono delle cartelle ricevute per omessi versamenti fiscali e contributivi da chi è in oggettiva difficoltà economica disciplinata dalla Manovra 2019. Tutta da attribuire al M5S, infine, la pesante novità del Reddito e pensione di cittadinanza (previsti dalla legge di Bilancio e disciplinati dal Decretone), diretti a una vastissima platea di cittadini in difficoltà, determinanti nel successo del Movimento alle ultime politiche, soprattutto al Sud.

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Ma è al capitolo dei “temi bandiera” che emerge la sua capacità tattica di “mettere il cappello” sui dossier più controversi, su cui alla fine ha ottenuto un posizionamento del Governo opposto alle richieste di molti elettori M5S. Casi di scuola in questo senso sono la moratoria sulle trivellazioni di ricerca in mare prevista dal Dl Semplificazioni che salva le estrazioni in corso nello Jonio, vero fumo negli occhi per il Movimento No-triv da sempre vicino ai pentastellati. O il controverso via libera alla costruzione del gasdotto Tap per portare in provincia di Lecce il gas naturale del Mar Caspio, che in autunno scatenò la rivolta degli attivisti No Tap, in gran parte elettori 5S. La partita decisiva, sulle grandi opere divisive dell’elettorato e dei partiti si giocherà con la Tav Torino-Lione, sul cui completamento è infatti in corso un braccio di ferro infinito che dovrebbe sciogliersi entro l’inizio della prossima settimana: sino ad allora, né il M5S, contrario, né la, Lega, facvorevole, possono “intestarsi” alcunché. Per i pentastellati, le cose vanno decisamente meglio se si guarda a tre provvedimenti di punta del programma elettorale M5S, fondamentali per rivendicare i progressi della “rivoluzione” grillina: il Ddl spazzacorrotti(approvato definitivamente), il ddl sul taglio del numero dei parlamentari (approvato dal Senato, è all’attenzione della Camera), e le norme su gioco d’azzardo e ludopatie (previste dall’ultima legge di Bilancio). Tre fronti su cui il M5S ha prevalso sull’alleato, anche se le misure per contrastare l’epidemia di gioco compulsivo hanno deluso le aspettativa degli attivisti.

Non poco ma nemmeno a sufficienza per tentare di recuperare l’intesa sperata e proseguire nel cammino intrapreso nel giugno 2018.

Volgendo lo sguardo al presente, dopo varie sedute di consultazioni con il Capo dello Stato, si addiviene alla conferma nel ruolo di Premier Giuseppe Conte mentre già pare comincia a delinearsi la nuova alleanza tra pentastellati e dem. Conte inaugura il percorso della sua seconda esperienza da capo di governo cambiando un po’ il vocabolario che ieri nel discorso all’uscita dal colloquio con il presidente della Repubblica somigliava parecchio a quello utilizzato nella stessa sede il giorno prima dal segretario del Pd Nicola Zingaretti. Vede le delegazioni dei gruppi parlamentari più piccoli e incassa i primi sì. Quelli mignon (come quello del valdostano Albert Laniece delle Autonomie o dell’unico senatore del Psi, Riccardo Nencini) e quelli determinanti come quello di Liberi e Uguali: “Siamo pronti a partecipare a un tavolo programmatico” dice il capogruppo alla Camera Federico Fornaro. A Leu potrebbe andare un ministero, magari quello all’Ambiente e magari con una donna, Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente fino a quando non è stata eletta nel 2018. Tace, al momento, +Europa. E’ probabile che, come nel caso degli altoatesini Svp, in Parlamento al momento della fiducia esprimerà voto di astensione (che non vale più come voto contrario nemmeno al Senato).

Le consultazioni hanno preso il via alle 9:30 con Fratelli d’Italia che ha espresso, come atteso il proprio no secco all’esecutivo e ribadito di volere protestare in piazza nel giorno della fiducia. Poi, rispettivamente alle 12:30 e 13:30, tocca alle delegazioni più importanti, Pd e M5s. Conte soprattutto ascolterà, come ha fatto ieri (sottolineatura in positivo anche della delegazione di Leu) e i temi sul tavolo si annunciano parecchi.Se ieri il capogruppo democratico alla Camera Graziano Delrio ha spalancato le porte sul fronte della revisione delle concessioni autostradali, la vicesegretaria Paola De Micheli (in predicato di occupare un posto da ministra con delega economica) ammetteva che qualche divergenza rimane e non su temi da poco. Gli esempi che ha fatto, infatti, sono stati il fisco (cioè come modulare il taglio del cuneo, se più a favore dei lavoratori come vuole il Pd o riducendo il carico che grava sulle imprese, per compensarle dell’introduzione del salario minimo, come vogliono i Cinquestelle) e la giustizia, non precisando però sotto quale aspetto. Piccole micce che il presidente incaricato Conte – che ha costruito la sua figura proprio sull’abilità della mediazione – è chiamato a spegnere nel più breve tempo possibile. Il presidente incaricato ha incontrato anche le delegazioni dei tre partiti del centrodestra: Fdi, Lega e Forza Italia. Presente Silvio Berlusconi in quella di Forza Italia, fino a ieri sera era ancora in forse; assenti invece Giorgia Meloni in Fdi e Matteo Salvini in quella della Lega: il segretario non ha inviato nemmeno i suoi capigruppo, ma due sottosegretari uscenti (Lucia Borgonzoni e Claudio Durigon). E gli esponenti del Carroccio hanno ribadito che i loro presidenti di commissione non lasceranno i loro incarichi.

a cura di Maria Parente

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