Reddito di cittadinanza e reddito di inclusione: quali differenze?Parla Marattin

Il 25 giugno, il deputato del Partito democratico Luigi Marattin ha criticato i risultati fin qui ottenuti dal reddito di cittadinanza (Rdc), che non sarebbero significativamente diversi da quelli ottenuti dal reddito di inclusione (Rei), introdotto dal precedente governo.

Il Reddito di inclusione

Il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017 – quando a capo del governo c’era Paolo Gentiloni, del Pd – ha istituito a partire dal 1° gennaio 2018 il cosiddetto – reddito di inclusione – inteso come “misura nazionale unica di contrasto alla povertà”.

Il Rei ha così sostituito il precedente Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) – nato nel 2015 – e l’Assegno di disoccupazione(Asdi) – introdotto nel 2015. Sulla base di alcuni requisiti legati, tra le altre cose, al reddito e alla composizione del nucleo familiare, ai cittadini che avevano accesso al Rei lo Stato garantiva un sostegno economico.

Nel caso di una singola persona, il beneficio massimo mensile non poteva superare i 187,50 euro che salivano a un massimo di circa 540 euro per i nuclei familiari con sei o più componenti.

Oltre alle erogazioni economiche, il Rei era composto anche da un progetto personalizzato di inclusione lavorativa: se la situazione di povertà era esclusivamente legata alla mancanza di lavoro, era necessario sottoscrivere una sorta di patto per accedere a varie misure di politica attiva del lavoro, sulla base di alcune norme previste dal Jobs Act del governo Renzi.

Il Reddito di cittadinanza

Dal 1° marzo 2019 il reddito di inclusione è stato sostituito da quello di cittadinanza, che sarebbe però più corretto chiamare “reddito minimo garantito” o “indennità di disoccupazione”.

Per finanziare questa misura, la legge di Bilancio per il 2019 ha stanziato oltre 23 miliardi di euro tra quest’anno e il 2021 – rispetto ai circa 2,5 miliardi di euro per il 2019 del Rei – mentre i dettagli del funzionamento sono stati stabiliti con il decreto-legge del 17 gennaio 2019, convertito il 28 marzo scorso. Come spiega il sito del governo, il reddito di cittadinanza “è una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale”.

Si tratta in sostanza di un sostegno economico a integrazione dei redditi famigliari, anche in questo caso vincolato a requisiti sull’età, i redditi e il possesso di beni. Il massimo mensile è di 780 euro per i nuclei familiari con un solo componente: 500 euro di integrazione al reddito, 280 euro come aiuto per pagare l’affitto. Immagine correlata

Per le famiglie con quattro adulti (o tre adulti e due minori), di cui una non autosufficiente, il sostegno può arrivare a un massimo di 1.100 euro mensili, senza contare il contributo per l’affitto. Il beneficio prende il nome di “pensione di cittadinanza” se il nucleo familiare è composto da uno o più componenti di età con 67 – o più – anni.

Per ricevere il reddito di cittadinanza è necessario rispettare alcune condizioni: per esempio, i beneficiari devono sottoscrivere un “Patto per il lavoro” con i centri per l’impiego, prendere parte a corsi di formazione e accettare uno dei primi tre lavori (sulla base di alcuni criteri di congruità) che gli saranno offerti.

A fine 2017, alla presentazione del Rei, il governo di allora stimava che nella prima fase di applicazione della misura il bacino di beneficiari sarebbe stato di 1,8 milioni di persone e 500 mila nuclei familiari.

Grazie alla legge di Bilancio per il 2018, secondo le intenzioni del governo, la platea si sarebbe dovuta ampliare, raggiungendo oltre 700 mila famiglie, per un totale di 2,5 milioni di persone.

Ma questi numeri sono stati rispettati? Il 31 gennaio 2019, l’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) ha pubblicato i dati sull’erogazione del Rei relativi al 2018. Lo scorso anno, in totale sono stati erogati benefici economici oltre a 462 mila nuclei familiari, raggiungendo quasi 1 milione e 330 mila persone. Dati più bassi, dunque, rispetto alle prime previsioni e in linea con quanto detto da Marattin.

Un discorso analogo vale per il reddito di cittadinanza, su cui sono stati dati diversi numeri negli scorsi mesi. Come abbiamo spiegato in una precedente analisi, infatti, a febbraio 2019 il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio aveva detto che i beneficiari del reddito di cittadinanza sarebbero stati circa 5 milioni di individui, per un totale di 1 milione e 700 mila famiglie.

Più prudenti erano stati invece i calcoli dell’Inps e dell’Istat, che avevano stimato una platea di beneficiari rispettivamente di 2 milioni e 400 mila individui (1 milione e 200 mila famiglie) e 2 milioni e 708 mila individui (1 milione e 308 mila famiglie).

L’Inps non dice a quanti individui corrispondono le 674 mila domande accettate e avanzate da singoli nuclei familiari, ma se utilizziamo l’equivalenza riscontrata in precedenza con il Rei (in media 2,8 individui per nucleo familiare) si tratterebbe di circa un milione e 800 mila singoli beneficiari per il reddito di cittadinanza.

Ad aprile 2019, il presidente Tridico aveva riportato stime più ottimistiche, dicendo che a 900 mila domande di nuclei familiari sarebbero corrisposti 2,7 milioni di individui. Con questa equivalenza, al 31 maggio i 674 mila nuclei familiari beneficiari effettivi corrisponderebbero a circa 2 milioni di cittadini. In entrambi i casi siamo ben al di sopra del 1,4 milioni citato da Marattin.

Infine, come abbiamo visto sopra, una differenza tra Rei e Rdc è l’importo che il beneficiario può potenzialmente ottenere. In termini effettivi, l’importo medio mensile del Rei erogato nel 2018 è stato pari a quasi 296 euro, mentre quello del reddito di cittadinanza è di 540 euro (210 euro per le pensioni di cittadinanza).

Nel complesso, dunque, si può dire che il sistema dei tutor non è ancora entrato in funzione. Un altro problema, come ha rilevato Il Sole 24 Ore lo scorso 24 giugno, è che ai centri per l’impiego non sono ancora arrivati gli elenchi dei beneficiari del reddito di cittadinanza, ossia quelli che per legge sono ritenuti “occupabili” e che devono impegnarsi nella ricerca attiva di un lavoro.

fonte AGI

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