Futuro tech per le startup italiane

Quali sono i driver dell’innovazione in Europa e come li sta elaborando l’ecosistema italiano delle imprese tecnologiche? Il primo Deloitte Innovation Meetup promosso da Deloitte
Officine Innovazione in collaborazione con Wired ha risposto proprio a questa domanda, nell’incontro del 21 giugno di scena alla Greenhouse milanese della società di servizi professionali alle imprese. Altri due appuntamenti seguiranno il 1° e il 9 luglio, dedicati rispettivamente alle tecnologie per innovare e all’open innovation.

Il primo incontro ha visto la presenza come ospite di Gianluca Dettori, fondatore e presidente di Primomiglio Sgr, società di gestione del risparmio specializzata in venture capital tecnologico. In apertura di meetup, Francesco Iervolino, partner Deloitte Officine Innovazione (la startup di Deloitte dedicata all’innovation management), ha presentato alcune evidenze dell’indagine Deloitte L’innovazione in Europa, che ha esaminato 760 aziende in 16 paesi europei, appartenenti a venti settori diversi. Il report mira a capire come le aziende in Europa stiano sfruttando questo momento di passaggio in cui le tecnologie sono più che mai a disposizione per chi vuole accelerare e trasformare la propria organizzazione.

Alcune risposte positive arrivano, perché l’88% delle imprese sondate prevede di aumentare il budget dell’innovazione nei prossimi due anni e gli investimenti in analisi dei dati e cloud computing sono a uno stadio avanzato, secondo l’analisi di Deloitte. Ma qualche problema permane se “il potenziale di collaborazione con partner esterni per condividere le conoscenze, tenersi al passo con gli sviluppi, estendere la portata di mercato e offrire competenze complementari appare sottoutilizzato” . Secondo l’insight di Deloitte per un 30% di aziende la sicurezza dei dati è paradossalmente un fattore che ne inibisce il pieno utilizzo, e il 32% delle aziende individua nella resistenza culturale l’ostacolo a una piena e decisa virata verso l’innovazione.

Ma segnali positivi non mancano, come dimostrano i dati del Venture Capital Monitor presentato lo scorso 19 giugno, realizzato dalla business school Liuc con Aifi. Nel 2018 le operazioni nel nostro paese sono cresciute del 37% rispetto all’anno precedente (il riferimento va ai round di finanziamenti iniziali, ma aumentano anche i follow one) e migliorano anche i dati sugli investitori attivi, saliti a quota 111 rispetto all’anno precedente, in cui si attestavano a 69.

I tempi in cui venivano cestinati i business plan perché illegibili appaiono lontani; tuttavia, sulla scena del primo investimento si affacciano imprenditori che hanno un’età media superiore ai 30 anni, quindi almeno dieci anni oltre i colleghi della Silicon Valley, pietra di paragone perenne ma anche ecosistema dove la strutturazione delle competenze di tutti gli attori, e dei venture capitalist, ha 40 anni di vantaggio (“in quel contesto, il mio mestiere è svolto al contrario: i top tier di fondi non investono mai in imprenditori alla prima esperienza, perché oggettivamente il rischio è superiore anche rispetto a chi ha fallito già una volta”, chiosa Dettori). Una certa maturazione ha investito anche le imprese che sono passate dalla fase in cui organizzavano eventi sul tema a un più radicato approccio basato sull’open innovation, quindi con un confronto vero e virtuoso con attori esterni al perimetro aziendale.

Su cosa si stanno concentrando gli innovatori italiani“La tecnologia va a onde, ogni investitore ha la sua strategia. Noi siamo generalisti nel digitale e anche agnostici. Dopo la fase social, ovviamente c’è attenzione sull’Ai, che non è però un segmento in sé ma un fattore abilitante. Emergono molti software b2b e parecchio deep tech sta arrivando:quindi finalmente si inizia a vedere non solo innovazione di processo, che alla lunga annoia, ma anche tecnologia nuova, invenzioni, scoperte scientifiche e tecniche”.

Ma il focus di Dettori è anche altrove, quel segmento spaziale dove l’Italia è forte, complice anche una filiera completa a livello produttivo, che va dai sensori a bordo ai motori, dai sistemi di gestione, di telecomunicazione all’accesso ai dati spaziali che arrivano a terra: “Stiamo guardando al mondo spaziale come altro campo di investimento importante, stiamo realizzando un nuovo fondo con l’Asi che speriamo di veder partire quest’anno. Ci diverte osservare la tecnologia profonda, fisica, elettronica, i materiali, i motori, i propellenti. Rispetto ai numeri del digitale, ci sono meno startup nel segmento spaziale ma ne abbiamo nel radar 350 a livello nazionale”.

fonte: wired.it

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