Daniela Prata: quando il Disegno si trasforma in Arte

Il  nome di Daniela Prata, promessa nostrana del disegno, ha cominciato a circolare diffusamente negli ambienti artistici da pochi anni, ma la sua capacità di utilizzo della tecnica della grafite è stata riconosciuta mirabile da più di qualche esperto sin da subito. Un  talento innato, intuibile anche per i non addetti ai lavori, e che non è passato inosservato neppure al M° Franco Micalizzi, autentico  pezzo di storia della musica italiana per film: noto compositore e direttore  d’orchestra, autore di tante colonne sonore di successo a partire dagli anni ’70  come Lo chiamavano Trinità e L’ultima neve di Primavera, stimato anche da un regista del calibro di Quentin Tarantino,  in un suo recente lavoro dal titolo “Sirene” ha selezionato  proprio la Prata  per disegnarne la copertina.
Incontriamo Daniela in un freddo pomeriggio romano, ma è lei ad incantarci con la sua solarità nonostante il freddo pungente che si respira nella Capitale in questo fine gennaio.
Giovane e bella, a 40 anni può affermare con orgoglio che la maggior parte del tempo lo ha passato con le matita in mano. I suoi studi, brillanti con lode, sono culminati in un Master in “Diagnosi e trattamento dei disturbi e delle difficoltà di apprendimento”. E’  anche iscritta all’Albo degli Psicologi del Lazio, e indagare  l’animo umano le viene naturale. Ci ha lasciati da pochissimo Mario Bortolato, in arte ‘ Bort’, e la sua avventura terrena come un Maestro del genere fumettistico ci spinge con ancora piu’ entusiasmo ad apprezzare l’Arte del Disegno, pur con tutte le varianti del caso.
“Disegno: che passione!” : può essere riassunto così lo slogan della tua vita. Parlaci di te e dell’arte racchiusa tutta nelle matite che usi. Quando hai cominciato, e quali sono le caratteristiche che contraddistinguono la tecnica del Disegno da altri modi di esprimersi, ad esempio dalla tecnica della Pittura?
Ho cominciato a disegnare quando ero una bambina, sono cresciuta guardando ogni giorno i quadri di mio padre, di madre e mia sorella appesi alle pareti. Mio padre amava usare le matite, disegnava in bianco e nero i personaggi di fumetti o di cartoni animati conosciuti, mia madre amava dipingere con i pennelli, soprattutto paesaggi e animali, mentre mia sorella si dilettava ogni tanto in entrambe le tecniche. Non ho
mai visto i miei genitori all’opera, avevo solo davanti a me, tutti i giorni, le opere già fatte tempo prima. Purtroppo quando ero bambina avevano già deciso di smettere di disegnare e dipingere per via, soprattutto, degli impegni familiari e lavorativi. L’unica che vedevo all’opera era mia sorella, più grande di me di sei anni, e mi è venuto sempre spontaneo imitarla, per proseguire inconsciamente la tradizione di famiglia.
Mi veniva naturale tenere la matita in mano, esercitarmi tutti i giorni, mi piaceva guardare mia sorella per catturare le tecniche, le strategie per disegnare una determinata cosa, passavo ore ad osservare e copiare cose, piante, animali, personaggi dei fumetti o dei cartoni animati, un po’ tutto quello che mi capitava a tiro e che mi ispirava in quel momento. Giorno dopo giorno, sceglievo un soggetto, un’immagine, ne scrutavo i particolari, lo analizzavo con lo sguardo e mi mettevo lì a riprodurlo più fedelmente possibile, nelle forme, nelle proporzioni, nei colori, nelle sfumature, con una pazienza certosina, concentratissima, noncurante del tempo che passava, immergendomi completamente in questo lavoro. Mi studiavo attentamente le cose che volevo ritrarre, le svisceravo, le scandagliavo in modo quasi ossessivo o maniacale: la mia sfida con me stessa era quella di farne uscire dal foglio una “copia”, ma di questa copia una parte doveva risultare simile all’originale e un’altra parte doveva essere la mia interpretazione, la mia anima doveva andare ad
“appiccicarsi” al disegno. Ho sempre desiderato cercare di stupire l’osservatore, con un particolare, un tocco, un tratto, un colore dato in un certo modo. Mi inorgogliva vedere una persona soffermarsi a guardare un mio disegno ed esclamare: “Caspita,che bello!”. Devo ammettere di aver sempre ricevuto elogi e complimenti, che mi hanno stimolato a fare un altro disegno, e poi un altro e un altro ancora. Complimenti
da tutti tranne da mio padre, che vedeva sempre difetti nei miei lavori, li guardava e faceva le smorfie, invitandomi a correggere qui e là, perché “non era abbastanza preciso” e “potevo fare di meglio”. Arrabbiata e mortificata, me ne tornavo con la coda bassa al tavolino per cercare di raggiungere quel “meglio” che lui aveva in mente. E così via, la stessa storia ad ogni nuovo disegno. La sua severità mi ha incoraggiato a superare i miei limiti e a fare ogni volta quel passetto in più necessario per progredire in questa mia personale sfida con me stessa. A tredici anni avevo espresso il desiderio di iscrivermi al liceo artistico, smorzato subito da frasi del tipo “con l’arte non mangi”, così scelsi di seguire intuitivamente l’amore per la Psicologia che stava nascendo dentro di me in quel periodo e mi iscrissi al liceo Psico-Socio-Pedagogico, in un istituto privato. Studi che si approfondirono poi nel corso di Laurea in Psicologia, e alla successiva iscrizione all’Albo degli Psicologi del Lazio e al Master sui Disturbi dell’Apprendimento. Nel frattempo, all’età di 23 anni, vinto il concorso, cominciai ad insegnare nella Scuola Primaria, lavoro che tuttora svolgo e in cui credo con tutta me stessa. Durante tutti questi anni ho sempre disegnato nel tempo libero, nel silenzio della mia casa, fino a che non ho incontrato il mio attuale compagno, nonché padre di mia figlia, che mi ha incoraggiato a fare di più, a dedicare più tempo al disegno, soprattutto ad “osare” di più. Così ho cominciato a
fare disegni più grandi e più complessi, ad intensificare il lavoro con le matite, a studiare in modo più serio quello che doveva essere un semplice “hobby a tempo perso”, e la ricerca del tratto perfetto è diventato un vero e proprio appuntamento sacro con la mia anima. Quando sono rimasta incinta, il semplice fatto di aver creato una nuova vita, di “sentire” mia figlia dentro di me, mi ha dato automaticamente una spinta a creare ancora di più, a fare altri lavori, ad assaporare le matite. Poi ho conosciuto nel settore artistico chi  ha creduto subito fortemente in me, dandomi un’ulteriore carica per produrre nuove opere per farmi conoscere, per dare un senso a tutto questo. Il disegno, a differenza della pittura, ti permette di avere un contatto più diretto con il foglio: il pennello separa la tua mano dal foglio, mentre io provo piacere quando sento il contatto tra la mano, la matita e la carta, che diventano un tutt’uno, in una danza armonica. Vedere piano piano, tratto dopo tratto, i disegni prendere forma, mi fa sentire viva. Giocare con i chiaroscuri, sperimentare nuovi movimenti, studiare con attenzione la pressione della matita sul foglio, dosare i colori secondo le necessità, sono attività in cui mi immergo per ore e ore, anche di notte,senza sentire la fatica. Questo lavoro incessante, l’odore del legno delle matite e della carta, il nero della grafite sulle dita, i colori, la ricerca della sfumatura ideale,sono cose che mi fanno sentire in pace con me stessa.
 
Quali sono i Maestri un questo campo ai quali ti ispiri?
Nella Storia dell’Arte, i Maestri che più mi incantano e mi emozionano sono quelli del Rinascimento; Leonardo, Michelangelo e Raffaello mi fanno battere forte il cuore quando ammiro le loro opere. Resto estasiata, imbambolata ogni volta che le guardo, mi rendono terribilmente avida: se potessi fare un viaggio nel Tempo vorrei incontrarli di persona, far loro mille domande, vorrei ingoiare con gli occhi tutta quella meravigliosa bellezza e mangiare a piene mani tutta la loro genialità e abilità per sentire la melodia di quei tratti. Vedi? Mi sconvolgono a tal punto da confondere i miei cinque sensi.
Oggi sono molto attratta dai lavori della Bottega dell’Arcimboldo, la Scuola di Iperrealismo che si trova a Firenze. Sono una grande ammiratrice dei suoi discepoli e quando osservo in modo molto analitico i loro lavori, cerco di catturare qualche idea e di intuire (per rubacchiare) le tecniche. Resto a bocca aperta quando vedo quei soggetti che sembrano uscire dal foglio tanto sono realistici. Dalla scoperta di questa Scuola, mi sono poi documentata su altri artisti che riproducono in maniera sconcertante il vero, posso fare qualche nome: Monica Lee, Emanuele Dascanio, il giapponese Kohei Ohmori, il nigeriano Arinze Stanley, il grande DiegoKoi, Dirk Dzimirsky, Kamalky Laureano. Il bello mi colpisce, il tratto perfetto mi affascina. Adoro andare alla ricerca di ciò che mi fa sgranare gli occhi di stupore.
 
È un campo dove si trova spazio o c’è molta concorrenza?
Direi che c’è decisamente molta concorrenza in questo campo, ci sono tanti artisti bravi, quotati e conosciuti, di fronte ai quali mi inchino e dai quali ho tutto da imparare, mi sento proprio una minuscola gocciolina in mezzo a un oceano di ciclopici talenti. Tuttavia esiste secondo me una piccola speranza per trovare un proprio cantuccio in questo immenso campo dell’Arte: distinguersi per un particolare, trovare un tratto, una caratteristica squisitamente personale che possa differenziare un artista e renderlo originale rispetto a tutti gli altri, un qualcosa di peculiare che permetta inequivocabilmente di dire, quando si guarda una sua determinata opera: “È la sua! Non vedi che è proprio il suo stile?!”
A quel punto credo ci sia qualche possibilità che le persone in un certo senso si “affezionino” a quel determinato artista e non ad un altro, perché quell’artista fa vibrare delle corde che magari altri non fanno muovere, suscita delle emozioni che altri non scatenano. I quadri sono proiettivi: richiamano aspetti nuovi e antichi in chi osserva. È una questione di contatto tra anime, anche lontane nel tempo e nello spazio, l’anima di chi opera comunica con chi osserva e viceversa, uniti da un filo invisibile. Come ognuno sceglie di ascoltare la propria musica preferita, può prediligere questo o quell’artista secondo questo filo quasi magico fatto di vissuti, esperienze, emozioni e sensazioni.
 
Quali sono i momenti professionali che ricorderai dell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, il 2018?
Ricorderò sicuramente l’onore di essere stata prescelta in  una prestigiosa esposizione a inizio anno con l’egida dell’Ambasciata egiziana, di aver partecipato allo Spoleto Art Festival nel mese di  settembre e verso fine anno di aver potuto festeggiare la Donna in una importantissima collettiva dal titolo  “Storie di donne” presso la meravigliosa villa Comunale di Frosinone, in compagnia di alcuni tra i più bravi artisti delle nuove generazioni.

E allora: che successo continui ad essere, e sempre piu’,  per questo talento rigorosamente Made in Italy.
a cura di Lisa Bernardini
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