L’Occidente imbocca la strada del riscatto: le linee guida del G20

Buenos Aires, sabato scorso si è conclusa la sessione plenaria del G20 2018. Pochi sanno che le riunioni, in formati diversi a seconda della materia, si svolgono durante tutto il corso dell’anno. I media non ne parlano,  focalizzandosi solo sull’ultima, quella a livello di capi di Stato e di governo. Al di là delle decisioni decotte (non vincolanti) e dei pochi incontri bilaterali , l’affollata kermesse del G20 anche quest’anno ha lasciato la sgradevole sensazione che la nostra parte del mondo si stia incagliando, e con essa la civiltà di cui è stata a lungo portatrice.Rassegnato a un lento declino, l’Occidente ha perso capacità di attrazione e reagisce solo in seconda battuta. Eppure, con la forza delle idee e con quell’inventiva per trasformarle in realtà che oggi chiamiamo tecnologia, ha dominato per secoli gli eventi del pianeta.

Una sola cultura, prevalente, era stata in grado di contagiare il resto del mondo. Nominalmente lo è ancora, perché la globalizzazione si è sviluppata con strumenti inventati e diffusi proprio dall’Occidente. Ormai però, gli sono sfuggiti di mano. Tornano di attualità le intuizioni espresse dallo scrittore, filosofo e storico Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente (ricorre proprio quest’anno il centesimo anniversario della prima edizione) e nel successivo L’Uomo e latecnica, dove puntava il dito contro i mercanti che, diffondendola anche tra le ‘razze di colore’, avrebbero finito per danneggiare l’Occidente.Sono parole che, se non rapportate all’epoca, oggi  potrebbero destare ripugnanza. Ma i concetti generali no, quelli appaiono decisamente attuali, anche alla luce del G20 in Argentina. Ormai ci è difficile comprendere appieno se la trasformazione cui stiamo assistendo sia davvero l’inizio del nostro tramonto, l’alba di un’epoca nuova, o entrambe le cose. Se si pensa che nel 1500 le potenze occidentali detenevano appena il dieci per cento della superficie terrestre e contavano non più del 16 per cento della popolazione, questo mezzo millennio di supremazia ha davvero dello straordinario. Allora, a nulla vale storcere il naso di fronte alla globalizzazione, che ne è la conseguenza diretta.

Secondo un gruppo di ricercatori che fanno capo a Niall Ferguson, professore di Storia Moderna ad Harvard (cfr. Occidente, Mondadori, 2012), alcune App (applicazioni, come nel web) hanno fatto da motore. La prima è stata la competitività derivata dalla decentralizzazione, che ha fatto da piattaforma prima agli Stati-Nazione, poi al capitalismo. La scienza,invece, intesa come modo di comprendere e trasformare il mondo naturale, ha dato all’Occidente un netto vantaggio di capacità, anche militare. Identica cosa per lo stato di diritto, condizione indispensabile per realizzare una Società sicura e ordinata.La medicina – intesa come scienza, e non più come superstizione – assieme all’igiene, ha innalzato l’aspettativa di vita non solo nella società occidentale, ma anche nelle lontane colonie. Il consumismo, sviluppato in Occidente molto prima che altrove, è stato di stimolo per la Rivoluzione industriale. Da ultimo è finalmente arrivata l’etica del lavoro, che ha fornito il collante indispensabile per catalizzare la dinamica delle altre ‘applicazioni’.Risultati immagini per g20

Premesso ciò, si può a ragion veduta affermare che il punto di vantaggio dell’Occidente sul resto del mondo è stato l’essere arrivato prima degli altri a un più funzionale assetto istituzionale, mentre parallelamente si verificava l’implosione dei suoi possibili competitori.In Cina, ad esempio, per una lunga serie di concause la dinastia dei Ming era già al collasso verso la metà del 1600. E’ poi iniziato il declino del colosso del mondo musulmano, l’Impero ottomano. Se le nuove istituzioni politiche nord-americane sono state coronate dal successo, l’America latina – nonostante i lodevoli sforzi di Simon de Bolivar – è invece rimasta al palo. L’Africa non ha mai decollato, nemmeno dopo la caduta del colonialismo.

a cura di Carmine Cilvini

 

 

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