Clima: per salvare il Pianeta, obiettivi più ambiziosi

La città polacca di Katowice ospita la Cop24, il vertice sul clima delle Nazioni Unite che dovrà rendere l’accordo di Parigioperativo, definendo cioè le regole per raggiungere gli obiettivi siglati nel 2015. Lo ricordiamo: tre anni fa 195 Paesi stabilirono l’impegno a mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C rispetto al livello preindustriale, con sforzi per limitarlo a 1,5°C.

Una strada in salita: serve più ambizione
Dopo Parigi la comunità scientifica ha fatto ulteriori progressi e il messaggio è oggi ancora più forte: dobbiamo procedere verso l’obiettivo 1,5°C per limitare il rischio di effetti ingestibili. Mezzo grado fa la differenza: sull’intensità e la frequenza di eventi climatici eccezionali, sull’irreversibilità della distruzione degli ecosistemi, sulla sicurezza delle persone, sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Gli eventi più recenti ci danno un piccolo assaggio della forza distruttiva del cambiamento climatico, dalla California all’India, dal Trentino alla Sicilia. Nel frattempo, siamo lontanissimi dagli obiettivi: dobbiamo triplicare gli sforzi per raggiungere uno scenario di 2°C e quintuplicarli per limitarci ad una crescita di 1,5°C.

Gli appelli per un’azione più decisa si sprecano, anche nell’America di Trump nota per l’irresponsabile virata verso la deregolamentazione ambientale. Un importante rapporto scientifico pubblicato da 13 agenzie governative degli Stati Unitiavverte che il danno dei cambiamenti climatici avrebbe un costo pari al 10% dell’economia americana entro il 2100. Guardando a casa nostra, un recente aggiornamento della Commissione europea mostra la portata degli impatti del clima nell’Ue – con l’Italia tra i Paesi più vulnerabili. Ultimo in ordine di tempo è l’appello del Quirinale: il presidente Sergio Mattarella, insieme ad altri 15 capi di Stato o di governo, parla di “obbligo collettivo nei confronti delle generazioni future di fare tutto ciò che è umanamente possibile” per limitare i danni.Risultati immagini per clima

L’Ue mostra la via: decarbonizzazione e crescita economica di pari passo
Le trasformazioni necessarie sono di proporzioni e con ritmi senza precedenti. Ciononostante la comunità scientifica ci dice che abbiamo i mezzi tecnologici ed economici per farcela. Il fattore discriminante è la volontà politica. L’Ue si è contraddistinta in questi anni per l’impegno a cambiare radicalmente un sistema oggi insostenibile, in cui prevale l’uso di energia da fonti di combustibili fossili, pratiche agricole intensive, sconsiderato uso del suolo e della deforestazione e un modello di consumo insostenibile. Cambiare però non significa crescere di meno come qualche (poco illuminato) leader vorrebbe farci credere, ma esattamente il contrario.

Lo ha capito bene la Commissione europea, che ha appena presentato la sua visione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero al 2050. Per citarne alcuni: vantaggi significativi sulla competitività industriale e l’innovazione tecnologica, risparmi dell’ordine di due/tre trilioni sulle importazioni di combustibili fossili, riduzione delle morti per inquinamento (40%) e della relativa spesa sanitaria (200 miliardi all’anno). Insomma, mentre si decarbonizza totalmente, l’economia europea prospera fino a raddoppiare rispetto ai livelli del 1990.

Non è questione quindi di scegliere tra clima e crescita economica: possiamo – e ci conviene – percorrere le due strade insieme. A livello globale l’azione climatica può generare 26 trilioni di dollari in benefici economici entro il 2030.

Guerra al carbone
Principale responsabile del cambiamento climatico è il carbone, la fonte più utilizzata per generare elettricità nel mondo. In molti Paesi comincia a soccombere alle forze di mercato – come negli Stati Uniti, dove efficienza energetica, ristrutturazione dell’economia, rinnovabili sempre più convenienti e abbondante presenza di gas naturale infliggono colpi all’industria del carbone tanto cara al presidente Trump.

In Europa non ha più redditività economica a lungo termine, frutto dei prezzi delle quote del sistema Ets (Emissions trading system), dello scarso sostegno alla produzione di energia da carbone e della competitività delle rinnovabili. Arriva così qualche segnale positivo anche da Paesi notoriamente restii a metterlo in discussione, come l’Ungheria, che comincia a parlare di “exit date” per il carbone.

Passi avanti necessari, certo, ma purtroppo non sufficienti e che non costituiscono una tendenza universalmente valida anche nell’ambiziosa Ue, dove la Germania fatica a eliminarlo. Cina e India, nonostante lo sforzo per ridurre l’uso di carbone, ne utilizzano in gran quantità anche per l’importante obiettivo di garantire l’accesso energetico alla loro (crescente) popolazione, ma con conseguenze devastanti sull’ambiente.

Il discutibile modello energetico dei padroni di casa
Mentre l’Europa disinveste dal carbone, la Polonia continua a soddisfare circa il 90% della sua domanda di elettricità proprio con carbone e lignite: principali responsabili delle emissioni di gas serra, ma anche un importante datore di lavoro nel Paese, che pone la transizione energetica su un piano sociale ed elettorale non indifferente. A 150 km da Katowice la miniera di Bełchatów è la più grande in Europa nonché uno degli emblemi dell’estrazione dell’oro nero polacco.

Il carbone è infatti considerato l’alternativa ‘patriottica’ al gas russo. Si sta però esaurendo, costa sempre di più e il governo polacco ne importa da altri Paesi – paradossalmente molto proprio da quella Russia, che Varsavia di contro combatte strenuamente in sede europea per la dipendenza da gas che ci rende vulnerabili -. La Cop24 si tiene quindi in un contesto tendenzialmente ostile alla regolamentazione ambientale: la speranza è che questo acceleri e non ostacoli l’azione su questo tema essenziale.(affarinternazionali.it)

 

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