Pietro Ioia racconta la sua “cella zero”: detenuti vessati da terrorismo,torture e violenze . E lo Stato tace

 

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I drammi e le sofferenze del passato lo hanno segnato nel profondo dell’anima ma ,come lui stesso afferma, hanno contribuito a renderlo un uomo forte e determinato: Pietro Ioia, ex detenuto oggi attore,autore e capo dell’associazione “ex D.O.N” lotta affinché il suo sacrificio non sia stato vano e dunque essere d’aiuto ai giovani per comprendere che le scelte di vita, se sbagliate ,si rivelano dannose per la loro esistenza  e di conforto ai detenuti spronandoli alla positività, perché nonostante tutto  lo spiraglio di luce  esiste, anche per loro.

Con Pietro ci siamo incontrati qualche giorno fa ed il tono della voce nel mentre raccontava il suo trascorso mi ha fatto rabbrividire: la voce di un uomo in rinascita che nonostante abbia voltato lo sguardo in avanti e proiettato la sua esistenza ad un futuro migliore, resta ancorato a quel passato dolente per sostenere i detenuti e le famiglie che attualmente si ritrovano a vivere la sua stessa, tortuosa, esistenza.

Ascoltando le sue parole ,di un vissuto crudo,raccontato senza mezze misure,mi incuriosisce sapere quale evento nella sua adolescenza sia stato determinante a tal punto da condurlo così precocemente all’interno del “sistema”: Dunque è inutile negare che un’influenza particolare è data dai luoghi in cui sono nato e cresciuto, rispettivamente alla Sanità e poi Forcella. E’ ovvio che rispetto ad un ragazzo che nasce al Vomero ,ci sono maggiori possibilità di far parte ,come diceva lei, del sistema. Ma vorrei ,se me lo consente, entrare nel vivo della mia storia partendo proprio dall’adolescenza quando ottenni ,in breve tempo, una mia piazza di spaccio . Ed escalation fu: mi recavo a comprare droga direttamente in Colombia quindi affermandomi come narcotrafficante internazionale di hashish e cocaina. Ricordo di donne e soldi a non finire ,anni di grandi follie prima dell’arresto che però mi hanno privato delle gioie più importanti della vita, come vivere la famiglia”.

Lei è autore del libro “Cella zero, morte e rinascita di un uomo in gabbia”ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Mi sembra di capire che ,a suo discapito, ha avuto modo di conoscere questa cella “anonima” ed il primo che ne ha denunciato l’esistenza. “Quando parlo della cella zero in realtà mi riferisco al carcere di Poggioreale dove ho trascorso 7 anni su 22 di reclusione. La Cella zero è un luogo di tortura e violenza, situata al piano terra della struttura : di giorno era utilizzata come smistamento, per le visite mediche e per i colloqui per poi divenire di sera luogo di tortura dove i detenuti erano pestati. Ci son finito per la prima volta nel’82,all’epoca  ventitrènne. Il motivo? Custodivo una pistola. In gergo si dice fare il “fodero”. Mi fu chiesto da un boss dopo che il “fodero” precedente venne scarcerato. In pratica,ho bucato un muro e l’ho riposta lì. Il foro lo coprii con un impasto di farina, acqua e intonaco maciullato. Le guardie comunque vennero a conoscenza della pistola ma non riuscivano a trovarla. E così mi condussero per la prima volta nella cella zero. Ricordo di aver trovato una sedia e una grossa corda appesa che finiva con un cappio. Fui picchiato a lungo, con manganelli, asciugamani, mani nude. Poi mi dissero: “O confessi dove hai nascosto la pistola, o domani ti trovano impiccato, suicida”. Ovviamente confessai. Il trattamento era riservato ai detenuti ritenuti legati ai clan.”

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La sua esperienza, come quella di tanti detenuti, è terrificante. Ma può raccontarmi come era gestito, negli anni ’80, il carcere di Poggioreale? “In quel di Poggioreale era sovrana la guerra tra i clan la Nuova Famiglia e Raffaele Cutolo. Le guardie, a quei tempi, erano figurative: l’organizzazione carceraria era in mano ai detenuti. I padiglioni potevano contenere 200 persone ma eravamo in 400. Una gestione decisamente camorristica del penitenziario.”

La sua denuncia rappresenta,oltre che un atto di coraggio,un grande sollievo per i detenuti di oggi poiché a quanto pare la cella zero è stata chiusa definitivamente. Ma la sua denuncia non si limita a questo, bensì le condizioni disumane in cui versano detenuti e gli agenti penitenziari ,violando palesemente il dettato costituzionale dell’art.27.“L’art. 27 afferma che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte“. Questo quanto affermato dalla Costituzione che non trova minimo riscontro con la realtà. Ripenso a quel folle di Marco Pannella che ha sacrificato la sua vita con costanti scioperi della fame e della sete, trascorrendo Natali e capodanni tra i detenuti, per far emergere questo grande problema all’interno dell’opinione pubblica. Lui parlava di comunità penitenziaria, proprio perché ad essere vittime di questo malsano sistema non sono solo i detenuti ma tutti coloro che vivono il carcere: agenti penitenziari, cappellani, medici e operatori.”

Mi rendo conto che non è facile parlarne ogni volta ma la sua testimonianza è considerata oggi indispensabile, difatti lei è considerato un punto di riferimento per i detenuti e le loro famiglie. Nonostante il carcere rappresenti una sofferta parentesi della sua vita ,lei si batte affinché prevalga il buon senso e la forza di denunciare. Da anni fa capo ad un’associazione: “ex –D.O.N.” ,acronimo di ex detenuti organizzati napoletani. “L’associazione ex D.O.N. riunisce alcuni ex detenuti campani che tentano di ritrovare un posto nella società dopo la detenzione. L’associazione nasce qualche anno dopo un episodio che mi è capitato a Modena: ero uscito da poco tempo dal carcere e stavo per trovare lavoro da carpentiere, una professione che ho imparato in prigione.  Il lavoro mi fu negato per la mia fedina penale ed è stato proprio questo rifiuto che mi ha spinto a cercare un riscatto per me e per i tanti ex detenuti che vengono esclusi dalla società. Ad oggi siamo quasi 200 ex detenuti che prestano servizio nei vari quartieri di Napoli in base alle proprie capacità. Ci sono idraulici, elettricisti, muratori ma per ora si tratta di lavoretti estemporanei. Poi ci occupiamo in maniera volontaria di pulire le piazze dei rioni per dare una mano al decoro della città.”

Prima di concludere la nostra intervista vorrei che mi facesse ” il punto” della situazione in cui versano attualmente i detenuti italiani. “Francamente le dico che da quanto sono riuscito a constatare, avendo vissuto e frequentando tutt’oggi le carceri, allo Stato e alla politica non interessa rieducare carcerati anzi le dirò, una volta reclusi le associazioni a delinquere vengono coltivate per poi “attivarsi” al momento della scarcerazione.SI parla tanto di voler abbattere le radicalizzazioni nelle carceri, ma nella realtà? La galera, vorrei che tutti sapessero è una vera e propria scuola del crimine ed i detenuti (che costano alla collettività 180 euro al giorno)rappresentano un grande affare per imprese e liberi professionisti. Probabilmente, sarà così : liberarsene ,allo Stato, non conviene. “

Prima di congedarlo Pietro Ioia anticipa la notizia che rappresenta un importante traguardo della sua vita: il suo libro che ha riscosso grande successo in Italia sarà ben presto tradotto in spagnolo. “Quando mi è stato comunicato sono esploso per la commozione: non avrei mai pensato che le mie sofferenze avrebbero avuto eco anche fuori dall’Italia. Sarò sempre al fianco dei detenuti, “Ex D.O.N” e le sue attività solidali non avranno fine, sarò punto di riferimento e garanzia per dare sollievo ai detenuti di ogni parte del mondo

a cura di Maria Parente

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