Il male profondo che induce un padre ad attentare la vita dei figli: in psichiatria si parla di feudalesimo affettivo,la realtà si traduce con il dolore

Non costa molto pronunciare la parola amore ed immaginare quanto sia “semplice e meraviglioso“innamorarsi, credere che il percorso da fare sia esattamente così come descritto nelle favole. Un incontro di anime,un’attrazione fatale a cui non c’è rimedio: è la persona che condividerà con noi il resto della vita,con i suoi pregi e innumerevoli difetti;la persona con cui costruire una famiglia ,mettere al mondo un figlio e suggellare questo amore per sempre. Perché i figli sono la massima espressione dell’unione fra due persone e per cui i genitori saranno disposti a sacrificare la vita. Talvolta però amare intensamente una persona può rivelarsi un fallimento. Il dare “troppo amore” si presenta il più delle volta come un’arma a doppio taglio perché amare, e intendo amare sul serio,implica desiderare per l’altro solo il bene ed il meglio che la vita possa offrire e quindi la grande ambizione di porre la persona al riparo dalle delusioni,sofferenze,dai momenti bui. Immaginare per lui o per lei una vita a colori per 365 giorni l’anno,senza ombre né dolori,senza che il male possa in alcun modo sfiorare la sua esistenza. Questo desiderio,che definirei ingestibile,di troppo bene per una persona può indurre l’altro a commettere gesti atroci quali ad esempio(ed i recenti fatti di cronaca ce ne danno atto) l’omicidio, sentirsi in dovere di attentare a quella vita che ci è tanto cara. Per i lucidi di mente e quindi per coloro che amano secondo i dettami della spontaneità e della razionalità tutto ciò appare incomprensibile,ragionamenti da persone contorte e malate che senza dubbio nella loro apparente lucidità celano un lato mostruoso.

D’altro canto,non è detto che quell’amore folle e per cui abbiamo sacrificato parte della nostra esistenza possa durare in eterno:incomprensioni,tradimenti,perdita di un lavoro e la conseguente insicurezza economica minano la stabilità di coppia e quel sogno ,coronato con il matrimonio e la nascita di un figlio ,può venir meno da un momento all’altro. E l’uomo ,che vede nel divorzio una minaccia per la sua mascolinità, questo non può accettarlo: premediterà la sua vendetta. Un marito e padre quasi raramente si lascia cogliere da un raptus che possa giustificare il misfatto,i gesti cruenti che potrebbe compiere di li’ a poco sono quasi sempre il prodotto di un lungo e tormentato periodo della sua esistenza e la causa è da rinvenire proprio nella pessima o comunque inadeguata gestione della famiglia. Scatta qualcosa di terribile nella mente,che sfugge ad ogni forma di controllo, e dunque l’intenzione di porre fine al sogno,risvegliandosi per dare vita al peggiore degli incubi.

Ed è in questo modo che un genitore, approfittando dell’ assoluto senso di sicurezza, si lascia persuadere dall’intenzione di uccidere un figlio,quale vendetta trasversale del femminicidio: il padre colpisce i figli, indifesi e deboli, per fare del male alla madre. Dietro questo intento atroce si cela un messaggio, i padri che uccidono i figli per colpire le madri, per dimostrare di essere padroni della famiglia e punire compagne che hanno pensato,ad esempio, di lasciarli. I figli sono visti come il riflesso della madre, come punto debole anche delle donne più forti, come vittime predestinate che scontano le colpe delle donne in una sorta di rivendicazione maschilista della sovranità in famiglia. Alla base c’è un’idea distorta della famiglia vista come mezzo di affermazione e di potere e non come nucleo familiare condiviso: i figli e la mogli sono trofei da sfoggiare e quando la realtà bussa alla porta c’è solo la violenza. In psichiatria si tende a chiamarlo “feudalesimo affettivo” per descrivere questa concezione di famiglia. Padri e mariti che considerano figli e mogli come una proprietà, uomini malvagi che comunque non possono non aver lanciato dei segnali: magari indiretti e forse incomprensibili ma sicuramente espressione di un male profondo che trova sfogo nella distruzione della sua più bella realtà.

a cura di Maria Parente

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