Usa/Israele: ambasciata a Gerusalemme, un segno di realismo?

Fra le mosse dirompenti in politica estera del presidente Donald Trump, la trasformazione del consolato a Gerusalemme in ambasciata rischia di essere vista da molti come la meno irragionevole, anzi, come una prova di buon senso: Israele è uno Stato, lo è da 70 anni (abile l’aver fatto coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per il genetliaco), e ha il diritto di scegliersi la propria capitale. A prima vista il suo ragionamento non fa una piega. Ma le cose non stanno così.

Lo status di Gerusalemme
Le risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu n. 181, 194 (1948) e 303 (1949) avevano attribuito a Gerusalemme e alla zona circostante (che comprende anche Betlemme) lo status di corpus separatum sotto il controllo delle Nazioni Unite. Alla fine della guerra, il territorio fu di fatto diviso fra Israele e Giordania, ma la comunità internazionale non rinunciò al principio dello status a parte. Infatti le ambasciate furono insediate a Tel Aviv, senza autorità sui consolati a Gerusalemme (una formula simile fu adottata per le rappresentanze a Bonn e a Berlino-Ovest).Trascorsi parecchi anni senza un accordo di pace, si potrebbe forse considerare ragionevole lasciare impregiudicato solo lo status di Gerusalemme Est (occupata dal 1967), riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale  dello Stato di Israele e trasferirvi le ambasciate, avvicinandole così al Parlamento israeliano e alle sedi governative. Ma non è questo che chiede Benjamin Netanyahu, e che Trump gli ha accordato. Il premier chiede il riconoscimento di Gerusalemme come capitale indivisa, cioè la legittimazione della annessione (avvenuta nel 1980) della parte araba e del territorio circostante, scorporato dalla Cisgiordania, annessione condannata dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 478.La risoluzione, approvata con l’astensione degli Stati Uniti nell’agosto 1980 (il presidente all’epoca era Jimmy Carter), vieta di trasferire o mantenere le ambasciate nella città santa al fine di non pregiudicarne lo status, nodo centrale di qualsiasi negoziato per la soluzione della questione palestinese. Il divieto è stato osservato da tutti i Paesi (con qualche trascurabile eccezione). Nel 1995 il Congresso americano ha stabilito che l’ ambasciata ‘dovrebbe’ essere trasferita a Gerusalemme, ma l’attuazione di questo proposito non è mai stata ritenuta “conforme agli interessi degli Stati Uniti” fino all’arrivo di Trump.

Il trasferimento dell’ ambasciata e la discriminazione di 330mila palestinesi
Procedere al riconoscimento dello status quo e al trasferimento della rappresentanza diplomatica significa escludere che in futuro si possa tornare a discutere su Gerusalemme Est come capitale di uno Stato palestinese. E significa accettare che gli abitanti arabi della città – circa 330mila – siano condannati a rimanere semplici “residenti permanenti” di uno Stato che li opprime (quando non li espelle), mantenendoli in una situazione discriminatoria anche rispetto agli arabi di Galilea, che sono cittadini israeliani, sia pure di seconda classe, muniti del diritto di voto.Spostare l’ ambasciata (la Romania si è già fatta avanti, con buona pace della politica estera comune dell’Unione europea, che proprio sulla questione palestinese si era fatta le ossa, una quarantina di anni fa) è certo un atto simbolico. Non aggiunge evidentemente nuovi disagi alle condizioni di vita degli abitanti arabi della città e dei dintorni, molto peggiorate con la costruzione del muro di separazione, ma contiene un secco messaggio: scordatevi che l’America possa fare da onesto sensale facilitando un negoziato che rispolveri formule irrealistiche degli anni di Bill Clinton. Alcuni si sforzano di individuare in questo messaggio una volontà di smuovere una situazione bloccata “sparigliando le carte”. Essi immaginano che una volta sgombrato il terreno dalle illusione che una parte dei palestinesi ancora nutre, e rassicurati gli israeliani, l’America saprà imporre e garantire un piano di pace “realistico”, migliore della situazione attuale.Anche questa prospettiva è fallace. Nulla sta a indicare che Trump abbia l’intenzione di forzare la mano a Netanyahu, né che il giovane genero Jared Kushner – del resto ignaro della complessa problematica mediorientale –  stia elaborando un serio piano di pace. Il loro appoggio acritico non può non rafforzare l’intransigenza del governo israeliano. Lo stesso effetto hanno avuto altri fattori: l’alleanza di fatto con l’Arabia Saudita, la percezione americana della minaccia di morte del Golia (l’Iran) che pende sul Davide (Isreale), e l’irresponsabile tattica di Hamas che brandisce l’arma demografica.

a cura di Giuseppe Catapano

 

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