Aldo Moro, il professore: la docu-fiction in onda su Rai1

Una docu fiction in onda martedì 8 maggio alle 21.20 su Rai1 in cui per la prima volta si esamina Aldo Moro non nelle solite veste di politico, ma in quelle inedite di professore. Ad interpretare lo statista in Aldo Moro il professore è Sergio Castellitto.Il 16 marzo 1978, giorno del suo rapimento, l’Onorevole Aldo Moro aveva dato appuntamento davanti al Parlamento a un gruppo di laureandi per farli assistere al discorso di insediamento del Governo guidat o da Giulio Andreotti. Nel pomeriggio dello stesso giorno, Aldo Moro avrebbe dovuto partecipare al Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche. Era in programma la discussione delle tesi di laurea tanto che dopo l’attacco a via Fani, nella Fiat 1300 blu crivellata di colpi, tra borse e giornali furono trovate le tesi di laurea sporche di sangue.È questo il punto di partenza per raccontare i 55 giorni del rapimento Moro attraverso gli occhi e i sentimenti di quattro studenti del corso di Procedura Penale della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma. Nella speranza della sua liberazione e nell’ansia per il suo destino, i quattro protagonisti ripercorrono il rapporto con un Professore speciale che alle lezioni in aula alternava occasioni fuori dall’Università per far conoscere ai suoi studenti la realtà della materia che insegnava.

È un Sergio Castellitto partecipe e appassionato quello che debutta nei panni di Moro domani in prima serata su Rai Uno nella docufiction “Aldo Moro –  Il Professore”. La somiglianza nel fisico e nell’atteggiamento c’è, ma l’interpretazione di Castellitto esula dall’imitazione. Più dell’uomo politico risalta il suo ruolo di professore partecipe e sollecito nei confronti dei suoi studenti. La riconoscenza dei ragazzi, che intrecciano con lui una bella amicizia anche al di fuori dell’aula della Sapienza (Facoltà di Scienze Politiche), è il punto di partenza della fiction nata dai ricordi del suo ex studente (e giornalista Rai) Giorgio Balzoni, diretta da Francesco Miccichè con la collaborazione di Giovanni Filippetto e prodotta da Giannandrea Pecorelli. Una docu-fiction intima che si fa dolente quando entrano in scena i cinquantacinque giorni di prigionia, quando l’iniziale speranza per il buon esito delle trattative, richieste con petizioni e appelli, si trasforma nel dolore per la perdita del loro insegnante. E quanti lo conoscono bene contestano chi ne mette in dubbio l’estrema lucidità, anche da prigioniero. “Le lettere che scrisse dal carcere delle Br erano sicuramente redatte in autonomia – ricorda ancora Valter Mainetti – lo si coglie anche a distanza di tanti anni dalla sua morte”.La ricostruzione lascia spazio anche a più di una domanda. Tipo quelle che riguardano i sospetti sulla presenza di forze oscure nella vicenda vengono rappresentati soprattutto dai membri della “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro”. Quelle che rilanciano il presidente Giuseppe Fioroni e uno dei componenti, Gero Grassi, che rilevano troppe incongruenze che lasciano alcune domande ancora senza risposta: ci sono state forze eversive o organizzazioni di stampo mafioso che hanno avuto parte nella storia? perché l’appartamento di Via Gradoli era stato individuato ma non perquisito? e la strana precisione con cui vennero colpiti inizialmente gli agenti della scorta ma non Moro stesso? come nessun brigatista coinvolto ha saputo fare un resoconto fedele delle ultime ore di vita dello statista, così come dei momenti dell’uccisione?Una perdita, quella di Moro, che si rivelerà una pesante ipoteca e un trauma irrisolto sul nostro futuro di italiani. “Nel preparami a interpretarlo, ho letto tanto ma anche guardato le tribune elettorali, che erano un tempo l’unico spazio concesso ai politici. Da questo percorso ho capito che quarant’anni fa non hanno ucciso solo un uomo, ma hanno cancellato quello che poteva essere un futuro diverso per la mia generazione”, ha spiegato Castellitto.

a cura di Maria Parente

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