Arte,incontro con Jeff Koons

Molti quando si occupano di Jeff Koons, finiscono col rimanere incartati nei luoghi comuni dell’elogio sperticato o della dura reprimenda, entrambi dettati da un atteggiamento fideistico e dogmatico, secondo cui ogni sua novità è buona, oppure tutto quello che lui fa è troppo superficiale, insignificante, scandalistico. Stante che le prime due affermazioni sono facilissime e la terza, praticamente impossibile, si tratta del modo più scontato di fare critica, rimanendo alla letteratura delle cose, prigionieri dello stereotipo, cultori degli strafalcioni burocratici, quando è invece necessario, calarsi nella fenomenica di un lavoro che, nel tempo, è diventato una vera antologia di esprimersi della società dello spettacolo, sempre più contaminata col sistema della produzione della vita materiale, con il sistema delle merci (il mercato è un’altra cosa) che decide il nome del successo, la trama del desiderio, la via della memoria, la trappola della dissoluzione e del nulla.
In questo senso, l’artista americano è l’espressione più eclatante di un idea del fare artistico, eclettica al più non posso, del tutto disponibile ad includere nel panorama delle sue opere, tutto quanto entra nel suo sistema e dal dadaismo in poi, sappiamo che tutte le porte sono aperte e Duchamp ne costituisce l’icona suprema. Secondo questo modo di pensare, tutto può diventare arte, perché tutti i confini sono stati stravolti, con il confluire di culture storiche in controculture occasionali, in sintonia, con la nostra condizione permanente di crisi, in cui ottimismo e pessimismo s’incrociano, confluendo in una condizione schizofrenica, che comunque la prendi, ti sfugge da tutte le parti, per una concomitanza di mutevolezze e transitività, materiali e culturali: Esattamente come si possono definire, le opere di Jeff Koons, della serie Popeye, oppure di Wrecking ball, non belle, non brutte, certamente divertenti, nella “tradizione” pop, basata sulla sconcertante e affabulante iconografia dei fumetti, con la contaminazione di acciaio, alluminio e gomma, in un concerto di metamorfosi e trasformazioni, che possono, in altri versanti, di altri artisti, diventare inquietanti, allarmanti, con allusioni macabre (casse funebri, animali morti, teschi) quando non aperte a profanazioni concettuali (sulla sofferenza, sul dolore): come nel caso di Damien Hirst, Marcel Broodthaers, Edward Kienholz, Maurizio Cattelan .
Perché oggi tutto è postmoderno, visto il tran tran della depressione che ora indulge alla bulimia, della ricchezza e dello sfarzo, ora si piega all’anoressia, della sottigliezza e della scomparsa, per cui è il contesto, più che la singola opera a fare linguaggio, a fare da discrimine, visto che le paratie non esistono più e i valori sono quelli che le aristocrazie del potere e del volere, definiscono come tali e gli altri finiscono con accoglierli, vista la forza di persuasione di media, fondazioni, musei, gallerie, case d’asta, biennali, fiere. L’egemonia esiste, come è sempre esistita, oggi si può parlare di più egemonie coesistenti, conflittuali e questo non può che sorprendere solo gli ingenui, che pensano dell’arte solo cose angeliche e poetiche. Io, nel dire che l’opera di Jeff Koons interessantissima, che mi piace, aggiungo che non esaurisce nessun prologo sulla modernità liquida, sempre più liquida, ma ne apre altri e di nuovi, nella convinzione che dopo aver parlato di post estetica, possiamo anche parlare di post arte, in un discorso aperto, non necessariamente nichilista, bensì tenendo conto che la trasformazione dei linguaggi materiali è strutturalmente più avanzata di quelli verbali: quindi, intanto non resta che guardare e affilare l’intelligenza.

Pasquale Lettieri

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