Europa,incontro/scontro tra riformatori e conservatori sul bilancio comune

Tra poche settimane, la Commissione europea presenterà le sue proposte e ricomincerà, come ogni sette anni, il tormentato negoziato sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp) per il prossimo ciclo di programmazione finanziaria (2021-2027). Una trattativa complicata, nel cui contesto si dovranno ridefinire le priorità di azione dell’Unione europea, decidere sulle risorse da destinare alle varie voci di spesa e individuare nuove forme di finanziamento per il bilancio comune.La definizione della struttura e delle articolazioni del bilancio è complicata da alcuni fattori nuovi rispetto al passato. Con la Brexit verrà meno la partecipazione al bilancio dell’Unione del Regno Unito, un importante contributore netto, malgrado il famigerato rimborso (rebate). Tradotto in cifre, questo comporterà un ‘buco’ di circa 12/13 miliardi di euro per anno. Si dovrà decidere quanto questa riduzione di risorse verrà compensata da riduzioni di spesa o da aumento dei contributi nazionali, o eventualmente da nuove risorse.La Commissione ha già anticipato (senza quantificarle) riduzioni sulle risorse a disposizione per l’agricoltura (che nel presente ciclo è finanziata con circa 400 miliardi di euro, pari al 37% del bilancio) e per la coesione (oggi finanziata con circa 370 miliardi di euro, pari a circa il 35% del bilancio). Ma la vera sfida sarà quella di riformare la Politica agricola comune (Pac) per farne un efficace strumento di modernizzazione dell’agricoltura europea e un incentivo allo sviluppo di un comparto agricolo coerente con i principi e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Per la coesione la sfida sarà quella di utilizzare quei fondi, originariamente concepiti quale strumento di solidarietà verso regioni meno sviluppate, come investimenti per migliorare la competitività dei territori.

Sul fronte delle fonti di finanziamento del bilancio va tenuto presente che la quota più significativa delle entrate dipende da contributi nazionali: ciò è vero sia per la risorsa Iva (che viene versata al bilancio comune dai singoli bilanci nazionali), che a maggior ragione per la risorsa calcolata come quota parte del Pil nazionale (una volta considerata residuale, oggi di gran lunga la maggiore fonte di finanziamento del bilancio comune).Questo ha prodotto la prevedibile conseguenza che i governi nazionali siano portati a negoziare il bilancio dell’Unione europea soprattutto in funzione di un calcolo ragionieristico tra il dare e l’avere: la logica miope dei “saldi netti” e del cosiddetto “giusto ritorno”, che oscura il “valore aggiunto europeo” che è alla base del bilancio dell’Ue.Per spezzare questo circolo vizioso, da tempo si ipotizza l’adozione di una nuova autentica “risorsa propria” europea, sotto forma di una tassa europea che vada direttamente a finanziare il bilancio dell’Unione. Varie proposte sono state avanzate a questo proposito: da una imposta sulle emissioni di biossido di carbonio (carbon tax), a una tassa sui colossi del web, fino a un prelievo sulle transazioni finanziarie. Ci auguriamo che la Commissione proponga una nuova autentica risorsa propria ed apra così un confronto su una misura necessaria per rendere il meccanismo di finanziamento del bilancio comune meno dipendente da interessi e contributi nazionali.Si dovrà poi trovare il modo di semplificare e modernizzare il bilancio aumentandone la flessibilità. Un obiettivo da realizzare prevedendo la possibilità di spostare risorse da una voce di spesa ad un’altra per far fronte ad esigenze non programmate, di creare una riserva dove possano confluire fondi impegnati ma non spesi, di combinare i fondi del bilancio con altri strumenti finanziari. E infine si dovrà affrontare la questione, particolarmente rilevante per l’Italia, del collegamento da stabilire tra uso dei fondi del bilancio comune e rispetto dei principi e valori fondanti dell’Unione.Si preannuncia una partita complessa, che dovrà dirci se e quanto si è disponibili a investire sull’Europa. Molto dipenderà dalle proposte che farà il mese prossimo la Commissione. Su quelle proposte partirà il negoziato in sede di Consiglio e al Parlamento europeo. In uno scenario ideale, l’accordo dovrebbe essere raggiunto prima della fine della legislatura – a metà 2019 – e prima dell’insediamento della nuova Commissione. Ma sulla base dei precedenti sembra alquanto improbabile riuscire a rispettare questa scadenza.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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