Flat tax, ecco come funziona davvero. E perché In Italia non si può fare

La tassa piatta (flat tax) non è niente di esoterico. È soltanto, per chi immagina le coordinate cartesiane, una tassazione che, progredendo parallela all’ascissa (quantum di reddito) non sale nella direzione dell’ordinata (percentuale di tassazione). Si parla di tassazione diretta, tipo Irpef, e non anche dell’indiretta, tipo Iva. Le tasse indirette – cioè quelle sui consumi – non sarebbero toccate. Mentre oggi la tassazione diretta va da zero (per la parte esente) a livelli stratosferici, che per le imprese (mi dicono) arriva intorno al 70%.Matteo Salvini in particolare parla di una tassazione universale del 15%. Naturalmente a questo punto gli innamorati della giustizia sociale (e i demagoghi) insorgono, affermando che si vogliono tassare nello stesso modo i poveri e i ricchi, ma si sbagliano. Per i poveri, ci sono dei correttivi. Già, al di sotto di un certo reddito non si paga niente. Poi si possono stabilire sconti per chi, avendo un reddito basso, ha figli, è disoccupato, o per qualunque altra ragione si reputi meritevole. In questo modo si obbedisce al dettato della Costituzione, che impone a tutti di partecipare alle spese dello Stato in proporzione alle loro possibilità. Pare che Berlusconi abbia proposto la stessa tassa, ma al livello del 25%, che appare molto più realistico. Ma il problema è generale. Posto che a tutti piacerebbe pagare meno tasse, il progetto è attuabile?Il ragionamento che fece Reagan, a suo tempo, seguendo Laffer e la sua curva, fu che, abbassando notevolmente le tasse, le imprese e i privati avrebbero prodotto più ricchezza, e dunque, pur pagando tutti meno, di fatto il rilancio dell’economia avrebbe compensato le perdite, rifinanziando lo Stato. Infatti, se il Paese produce di più e consuma di più, mentre le imposte dirette (in Italia l’Irpef, per esempio) danno un minore gettito, con la flat tax il gettito delle imposte indirette (per esempio l’Iva) aumenterebbe di molto.

Facciamo un ragionamento pedestre. Tizio prima pagava l’Irpef, ora paga di meno e gli restano soldi. Con quei soldi va a comprare dei beni di consumo, e su di essi paga l’Iva. Cosicché quello che non ha pagato di Irpef lo paga (volentieri) di Iva, perché mentre le tasse è obbligato a pagarle, nessuno lo obbliga a comprarsi un telefonino nuovo o un paio di scarpe.Tutta questa è teoria, dirà qualcuno. Ed è vero. Ma si potrebbe indicare l’esempio di Reagan che prima fu molto deriso, per la sua proposta (si parlò di economia da vudù, da magia nera), e poi rimase negli annali come uno dei migliori Presidenti americani. Uno di quelli che hanno permesso la massima creazione di ricchezza.Dunque un esempio positivo effettivamente c’è. Purtroppo non prova niente. Ciò che è riuscito una volta potrebbe non riuscire la volta seguente, soprattutto in un altro Paese e in un altro momento economico. L’Europa è stata rovinata dal fatto che, dopo la crisi del ’29, l’applicazione della teoria di Keynes dette buoni risultati. E infatti, benché poi abbia cominciato a provocare disastri, i governanti hanno insistito con essa fino a creare, per esempio in Italia, un debito pubblico schiacciante e una crisi economica senza soluzione. Ora potrebbe verificarsi lo stesso con le “reaganomics”, come le chiamarono. Con Reagan funzionarono, ma non è detto che funzionerebbero in Italia.E allora, chiederà qualcuno, bisogna provarla, questa tassa piatta, o è troppo rischiosa? Potrà sembrare strano, ma l’economia è molto più imprevedibile di quanto si potrebbe credere. Gli stessi famosi economisti sono famosi anche per gli enormi errori di previsione che per la maggior parte hanno sempre commesso.

Occupiamoci intanto dei dati sicuri. Votando la tassa piatta, per l’erario la diminuzione del gettito è una cosa certa. Viceversa l’aumento del gettito, dovuto al rilancio dell’economia, è soltanto probabile. E comunque arriverebbe parecchio tempo dopo la diminuzione del gettito fiscale, perché bisognerebbe attendere il tempo necessario per rimettere in moto l’economia. Certo, se l’Italia non avesse il debito che ha, potrebbe progettare un paio d’anni di deficit. Ma noi siamo indebitati fino al collo, e non è sicuro che i mercati ci farebbero credito.E allora – sempre “persi per persi” – si potrebbe adottare un’altra linea di condotta. Lo Stato potrebbe tagliare brutalmente le sue spese, perfino riducendo le pensioni sociali, e nel frattempo potrebbe ridurre la pressione fiscale di una somma corrispondente a quel risparmio. Realizzata questa manovra, se riuscisse lo sperato rilancio dell’economia, e il conseguente incremento del gettito fiscale, si potrebbero ripristinare le spese dello Stato, mantenendo bassa la pressione delle imposte dirette. Insomma prima si provocherebbe la stretta della cinghia per rilanciare l’economia, e poi si godrebbero i frutti di questo rilancio. Ma questa è fantapolitica. Le spese non si possono tagliare improvvisamente, per l’impopolarità e i reali problemi concreti che la manovra comporterebbe, e comunque nessun governo mai oserebbe attuarla.Insomma non abbiamo speranze. Non ci resta che assistere passivamente a ciò che ci riserva il futuro, soprattutto in presenza di personaggi come Luigi (Di Maio) e Matteo (Salvini). Questi nomi fanno pensare a quelli che i meteorologi americani assegnano agli uragani in arrivo.

a cura di Giuseppe Catapano

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