Ue: la lunga e difficile strada per le riforme in Europa

Con le elezioni politiche italiane in Europa siamo arrivati al termine di una lunga serie di appuntamenti elettorali — Olanda, Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca —, la cui somma di indirizzi politici va a definire la direzione che l’Unione europea prenderà nella stagione di riforme avviata con la Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017. Il messaggio di unità che l’Ue nel suo complesso ha voluto dare nell’anno passato è stato forte, con un impegno concreto a realizzare un’Europa sicura, prospera, sociale e più forte sulla scena mondiale.

I buoni propositi da Juncker a Macron
Buoni propositi confermati dalla relazione sullo stato dell’Unione di Juncker del 2017con la definizione di cinque priorità programmatiche che ben collimano, almeno sulla carta, con le altre proposte di riforme avanzate. Ambizioni importanti sostenute con costanza dal presidente francese Emmanuel Macron, che in questo primo anno di mandato ha sempre espresso pubblicamente la chiara volontà della Francia di sostenere e rilanciare il progetto europeo. Celebre rimane il Discorso alla Sorbona, quando Macron ha dichiarato apertamente che “chi non vuole non può frenare”, lasciando intendere la sua disponibilità a procedere sulla strada delle riforme con quei paesi disposti a farlo.

L’Unione a più velocità e il caso della difesa e sicurezza
Chiamasi Europa a due velocità o a geometrie variabili, che nei fatti è già realtà. Mai come negli ultimi mesi si è discussa la possibilità concreta di avanzamento nel processo d’integrazione in modo differenziato, con un gruppo di Paesi, Francia e Germania in testa, pronti a rafforzare la cooperazione a livello europeo in aree importanti di policy quali finanza pubblica, migrazione, sicurezza e difesa.

Ne è stata risposta concreta l’adesione da parte di 25 Stati alla cooperazione strutturata permanente (Pesco) nel campo della difesa, fortemente voluta dall’Alto Rappresentato Federica Mogherini e favorita dalla Brexit, che vedrà, almeno sulla carta, i Paesi firmatari collaborare più strettamente per ciò che riguarda investimenti, capacità di sviluppo e operazioni militari.

L’adesione all’Unione tra sovranità e democrazia: due esempi
Resta tuttavia qualche perplessità sulla fattibilità dell’effettivo rilancio del progetto europeo, che per onestà intellettuale e obiettività dei fatti non si può prescindere dal manifestare. Nello specifico, ciò che si è riscontrato nei risultati elettorali degli ultimi mesi non è tanto una dicotomia tra dentro o fuori l’Ue, bensì una convergenza di varie forze politiche a livello europeo nel ripensamento delle modalità d’intendere l’adesione all’Unione, intesa tra sovranità e democrazia.

Due avvenimenti recenti confermano tale ipotesi e sono la prova del sempre crescente frazionamento dell’Ue in blocchi diversi. Uno è la lettera presentata a inizio marzo da un gruppo di paesi dell’Europa settentrionale — Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda, insieme a Estonia, Lettonia e Lituania -, che nega sostanzialmente la strada a due velocità intrapresa da Macron e rivendica l’inclusività di qualunque ipotesi di riforma dell’Unione economica e monetaria.

Nel documento, oltre a una ferma opposizione al rafforzamento di politiche di bilancio comunitarie, si sottolinea apertamente come i processi decisionali debbano rimanere fermamente nelle mani degli Stati e nel pieno rispetto delle opinioni pubbliche nazionali. In altre parole, viene reclamata senza giri di parole una governance esclusivamente intergovernativa dell’Ue per qualunque passo avanti si voglia intraprendere di comune accordo.

Un secondo segnale di difficoltà è arrivato invece dall’ultimo Consiglio europeo del 22 marzo, dove nelle conclusioni, nel complesso molto vaghe, non v’è traccia di una qualsivoglia intesa sulla cosiddetta web tax, cassando così nei fatti la proposta avanzata dalla Commissione europea il 21 marzo. Sembra che il gruppo di  Paesi — tra cui Irlanda, Lussemburgo e Olanda — che offre ai grandi gruppi del web condizioni fiscali favorevoli sia riuscito in modo efficace a opporsi all’iniziativa rinviando tutto a giugno, quando già si preannuncia l’idea di un’altra cooperazione rafforzata in materia di fiscalità.

Dubbi su un rilancio nel segno del federalismo
Sono questi chiari segnali di un rinnovato sovranismo, che accomuna il bocco dei Paesi dell’Europa centro-orientale — gruppo Visegràd più l’Austria — con i Paesi dell’Europa settentrionale, tutti intenzionati a ridisegnare l’integrazione europea dall’interno in chiave anti-federale. È legittimo dunque chiedersi come sarà possibile negoziare nei prossimi mesi, come affermato nell’ultimo Vertice franco-tedesco da Merkel e Macron, un pacchetto di riforme condiviso anche solo dai Paesi dell’Eurozona.

Dubbi che rimangono perfino nei confronti degli Stati membri che condividono uno spirito di rilancio del progetto europeo. Nella stessa Germania le difficoltose trattative per il governo Merkel IV hanno visto un chiaro spostamento e indebolimento delle frazioni europeiste, a partire dalla stessa Cdu, che molto ha dovuto concedere ai duri alleati della Csu bavarese a fronte di un’opposizione mai così vasta e scettica nei confronti dell’integrazione europea.

A questo si aggiunge il quadro complicato dei Paesi dell’Europa meridionale, con la posizione dell’Italia ancora da chiarire, una debolezza di fondo nel difendere i propri interessi ai tavoli negoziali e non in ultimo una scarsa solidarietà all’interno del gruppo stesso, che vede di frequente i Paesi del sud in competizione tra loro.

Gli interrogativi e un convegno
Difficile dunque dire se Francia e Germania basteranno, da sole, a far da locomotiva per le riforme e l’integrazione europea e a trainare gli altri Paesi, di fatto non molti al momento, poco disposti a rimanere indietro. Ancora più complicato immaginare un’Unione europea che si muove unicamente a due, dal momento che l’asse franco-tedesco ha funzionato in un’Europa molto più piccola e coesa di quella di oggi e la sua vera efficacia negli equilibri attuali è ancora tutta da testare.

Sono queste riflessioni importanti scaturite dal convegno “Unione europea: 60+1”, promosso dall’Istituto Affari Internazionali, Villa Vigoni e la Fondazione Friedrich Ebert, che ha visto fra gli altri la partecipazione del già presidente del Consiglio Giuliano Amato e che ha voluto fare il punto a un anno dalle celebrazioni dei sessant’anni dei Trattati di Roma. Dalle conclusioni è emerso chiaramente come, al netto degli entusiasmi, il rischio più grande delle forze centrifughe che l’Ue si trova oggi ad affrontare è che un’Unione sempre più stretta non diventi più l’unica alternativa possibile al processo di integrazione europea. Se così fosse, citando Amato, all’Ue non resterebbe altro da fare, al momento, che “tenere insieme la zattera in attesa di europeisti migliori”.

a cura di Maria Parente

 

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