Politica estera italiana: appello al prossimo governo

Siamo convinti che il prossimo Governo abbia interesse a garantire continuità nel rapporto con l’Europa e più in generale in politica estera e che l’Italia debba continuare a collocarsi dalla parte dei difensori della democrazia, della legalità, dei diritti e del sistema multilaterale. Altrimenti, il rischio è quello di essere tagliati fuori dai giochi.

Nella prospettiva della formazione del nuovo Esecutivo, ci sembra doveroso richiamare l’attenzione delle forze politiche che potrebbero essere chiamate a responsabilità di Governo sul tema della collocazione e delle responsabilità internazionali del Paese. La questione è stata quasi del tutto assente dalla campagna elettorale e poco evocata anche nelle settimane successive al voto del 4 marzo. Ma l’Italia nei prossimi mesi dovrà fare i conti con un quadro internazionale caratterizzato da vari fattori di incertezza ed instabilità, l’America di Trump, la Russia di Putin la Cina di Xi Jinping, un’Europa, divisa tra pulsioni nazionaliste e ricerca di un protagonismo sulla scena internazionale.

La politica estera è destinata più che mai a contare e a condizionare le nostre scelte e le nostre vite quotidiane. Anche perché sarebbe ingenuo e velleitario illudersi di affrontare da soli le sfide epocali di una globalizzazione incontrollata, del cambiamento climatico, della gestione dei flussi migratori, della lotta al terrorismo o della sicurezza energetica. Nel mondo multipolare ed interconnesso in cui viviamo, solamente potenze di dimensioni continentali riusciranno a promuovere e proteggere efficacemente i loro valori ed interessi. Nel 21 secolo, ogni Paese europeo, Italia inclusa, è un pigmeo su scala globale: è possibile promuovere gli interessi italiani solamente all’interno di una cornice europea.

La continuità nel rapporto con l’Europa, e più in generale in politica estera è stato, malgrado i numerosi cambi di Governo e di maggioranza, il dato caratterizzante della nostra storia repubblicana e ha garantito la nostra credibilità e affidabilità sul piano internazionale. E l’essere parte di un sistema multilaterale con regole e istituzioni corrisponde all’evidente interesse nazionale di una media potenza regionale come è l’Italia, che, per il suo status e per la sua collocazione geografica, avrebbe tutto da perdere dal riemergere di un mondo fatto di nazionalismi in precario equilibrio e in costante rischio di conflitto.

Il rapporto con l’Unione: rispetto delle regole
Il nuovo Governo sarà chiamato alla prova soprattutto sul tema del rapporto con l’Europa. La nostra appartenenza e partecipazione al comune progetto europeo sono state finora il quadro di riferimento della nostra collocazione internazionale. Ma al tempo stesso il rapporto con l’Europa, con le Istituzioni europee, è talmente intenso da permeare le stesse scelte di politica interna. Ed è proprio sul rapporto con l’Europa che si attendono dal nuovo Esecutivo messaggi chiari e scelte conseguenti, al netto delle polemiche strumentali che hanno caratterizzato la campagna elettorale.

Il nuovo Governo si troverà rapidamente confrontato con varie questioni aperte, nella consapevolezza che l’Europa non starà ad aspettare l’Italia. E che posizioni massimaliste o tentazioni di critica frontale all’Unione europea provocheranno, più che un presunto rischio sistemico per l’Europa, un molto più probabile rischio di marginalizzazione e irrilevanza per l’Italia. Il motore europeo ripartirà a breve con o senza l’Italia al volante: dipenderà dall’abilità del prossimo Governo assicurarsi che la direzione di marcia del progetto europeo rispecchi gli interessi fondamentali italiani.

Le regole in materia di disciplina fiscale e di bilancio potranno apparire astruse e troppo vincolanti. Ma sono state condivise da noi e dai nostri partners, che temono il rischio di un Italia incapace di ridurre il proprio debito pubblico, che dovrebbe essere una fonte di preoccupazione nostra, ancor prima che dell’Eurozona. Piuttosto che insistere per ottenere revisioni radicali di queste regole, o ancor più flessibilità di quanta non ce n’è già stata riconosciuta, si deve puntare a politiche europee più mirate a sostenere crescita e inclusione sociale e ad un maggiore impegno dell’Ue a sostegno di un ambizioso programma di investimenti pubblici, magari con la prosecuzione del Piano Juncker.

Il rapporto con l’Unione: partecipare al rilancio
Sulla base di una ripresa di iniziativa da parte di Francia e Germania, potrebbe rapidamente rimettersi in moto il tema della riforma della governance dell’Euro e del completamento dell’unione bancaria. Si tratta di un processo necessario per garantire la resilienza dell’Euro e la stabilità del sistema finanziario. Ma alcune delle proposte in discussione potrebbero rivelarsi incompatibili con nostri interessi nazionali.

Non si tratta più dell’imposizione dell’ordoliberalismo tedesco sul resto dell’Eurozona: oggi in prima linea contro la condivisione del rischio è proprio la Francia così come quegli Stati – i cosiddetti Pigs – vittime della crisi economica che, avendo digerito dure politiche di austerità, oggi godono di una solida crescita economica. Accantonati gli slogan contro il Fiscal Compact o le polemiche sull’Europa delle banche, ci si dovrà quindi confrontare sulla base di proposte concrete che tengano conto anche delle nostre debolezze strutturali.

Nei prossimi mesi poi si dovranno definire le priorità del bilancio della Ue per il prossimo ciclo di programmazione finanziaria, e la ripartizione delle (limitate) risorse disponibili fra le varie voci di spesa. Anche in questo caso dovremo avere le idee chiare su che tipo di bilancio comune abbiamo in mente, su quanto vogliamo che l’Europa investa su innovazione, ricerca, sicurezza, gestione dei flussi migratori, su quali politiche comuni vogliamo che la UE si impegni prioritariamente, e dove invece – a partire dall’agricoltura – dovrebbe esserci un ridimensionamento dei finanziamenti europei.

Nel 2019 le elezioni del Parlamento europeo saranno l’occasione di un grande confronto sul futuro dell’Europa. E nel 2019 si rinnoveranno pure i vertici della Commissione, del Consiglio europeo e della Bce. Dovremo gestire questi delicati passaggi tenendo conto dei nostri interessi ed avviando per tempo le necessarie consultazioni per evitare di restare ai margini delle decisioni.

Il rapporto con l’Unione: sicurezza, difesa, migranti
Sul fronte della sicurezza e della difesa si sta procedendo nella direzione di una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa. Non perché l’Ue si debba sostituire alla Nato come garante della nostra sicurezza, ma per rafforzare le capacità dell’Europa di proteggere i propri cittadini e per dotarla degli strumenti per rispondere alle crisi in un rapporto di collaborazione con l’Alleanza atlantica e con le Nazioni Unite. Se vorremo continuare ad essere protagonisti di questa iniziativa dovremo essere in grado di fare scelte coerenti, pronti a sostenerne i costi condivisi con i nostri partner europei.

Si dovrà definire una politica migratoria comune a livello europeo più efficace di quella realizzata finora, nella consapevolezza che il fenomeno è di tale portata da richiedere necessariamente una gestione comune. Per ottenere dall’Europa maggiore sostegno per una gestione ordinata dei flussi migratori e maggiori impegni nei confronti dei Paesi di origine e di transito, dovremo essere capaci di garantire un più efficace controllo delle nostre frontiere esterne, e un sistema di accoglienza in linea con standards europei.

Nato, Usa, Russia
Il secondo banco di prova sarà la nostra partecipazione alla Nato e il tema del rapporto transatlantico. Nessuno si aspetta che il nuovo Governo possa nel breve termine rispettare l’obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la difesa. Ma sicuramente ci si attende che l’Italia continui a investire in sicurezza e difesa. E non riduca sostanzialmente la partecipazione in missioni militari impegnate in operazioni di mantenimento della pace o di gestione dei conflitti.

Anche in questo caso il prossimo Esecutivo dovrà essere consapevole che la partecipazione a queste missioni contribuisce in maniera rilevante a definire il nostro profilo internazionale, e che eventuali decisioni (peraltro legittime) di revocare anche parzialmente il nostro impegno in queste missioni, dovrà essere adottata in un quadro di concertazione con i nostri partner e alleati.

Nel rapporto con Washington il prossimo esecutivo dovrà essere capace di conciliare le ragioni di una alleanza irrinunciabile con una chiara presa di distanza da quegli aspetti della politica di Trump che rischiano di pregiudicare nostri interessi vitali (dal commercio internazionale, al clima, al riarmo nucleare).

Altro tema complesso rischia di essere quello dei rapporti con la Russia di Putin. Si dovrà essere consapevoli che la maggioranza dei nostri partners ed alleati considera la Russia di Putin soprattutto come una minaccia; e non condivide l’idea di una rapida e incondizionata normalizzazione della difficile relazione con Mosca. Sarà sicuramente legittimo impegnarsi per la ripresa di un dialogo e per maggiore cooperazione con la Russia. Ma sarebbe velleitario pensare di assumere iniziative autonome o in controtendenza rispetto a quelle dei nostri alleati.

Mediterraneo, Medio Oriente, Africa
Infine l’Italia dovrà continuare ad assicurare una propria presenza autorevole nel Mediterraneo allargato al Medio Oriente e all’Africa. La stabilità di questa regione è una priorità che va oltre le legittime preoccupazioni collegate all’esigenza di garantire une gestione ordinata del fenomeno migratorio. Un Mediterraneo e un Medio Oriente stabili, con governi legittimati e in grado di esercitare un controllo effettivo sui loro territori, sono una condizione essenziale per la nostra sicurezza.

Senza contare il nostro interesse a promuovere nella regione uno sviluppo economico sostenibile, democrazie funzionanti, rispetto della legalità e dei diritti fondamentali. Da qui la necessità di sostenere processi di stabilizzazione e riconciliazione nazionale (in Libia) o la risoluzione di conflitti e guerre civili (in Siria). Ma anche in questo caso occorrerà saper conciliare le nostre responsabilità nazionali con la capacità di coinvolgere i nostri partners. L’Italia da sola non ha le forze e le dimensioni per affrontare le sfide del Mediterraneo allargato. Può farlo solamente attraverso un pieno coinvolgimento dell’Unione europea.

In sintesi anche sul fronte internazionale le sfide per il prossimo esecutivo sono numerose e complesse. E sarebbe inconcepibile illudersi di potere separare le scelte di politica interna dalla nostra collocazione internazionale. Ma il prossimo Governo dovrà soprattutto evitare la tentazione di proporre soluzioni facili per problemi complessi. Il rischio, come abbiamo indicato fin dalla prima riga, è quello di essere tagliati fuori dai giochi.

a cura di Giuseppe Catapano

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