Fed, la prima stretta di Powell Tassi Usa in rialzo all’1,75%

WASHINGTON Un passo concreto, il rialzo del tasso di interesse all’1,5-1,75%, e un segnale cauto sul futuro. Jerome Powell, neo presidente della Fed, si presenta nella sua prima conferenza stampa, subito dopo la riunione del Fomc, «Federal open market committee», l’organismo che governa il costo del denaro. Comincia con l’annuncio più atteso dagli investitori e dai governi: «Procedere in modo troppo lento a ulteriori aumenti del costo del denaro potrebbe rappresentare un rischio per l’economia, perché potremmo poi essere costretti ad agire troppo rapidamente, danneggiando la crescita». Ma subito dopo avverte: «decideremo comunque volta per volta, perché dobbiamo fare in modo che l’inflazione prosegua la sua corsa verso l’obiettivo del 2%».La conclusione è che, probabilmente, la Fed rimetterà mano al tasso di interesse ancora due volte da qui alla fine dell’anno. Altri ritocchi di un quarto di punto come ieri, in modo da chiudere il 2018 con una forchetta tra il 2 e il 2,25%. Nel 2019, invece, gli interventi potrebbero essere tre, anziché i due attesi finora. Nel complesso, ha detto il numero uno della Fed, «la politica monetaria resta accomodante, con ulteriori graduali aggiustamenti, monitorando con attenzione la dinamica dell’inflazione, dove non vediamo chiari segnali di accelerazione». In questa fase, allora, con l’inflazione sotto la soglia-obiettivo, non è alle viste il «surriscaldamento» del sistema e quindi non c’è bisogno di una stretta più energica.La manovra sui tassi poggia anche su previsioni di crescita più ottimistiche. Secondo la Fed, il prodotto interno lordo salirà del 2,7% quest’anno (+0,2% rispetto alle analisi del dicembre 2107) e del 2,4% nel 2019 (+0,3%). «L’economia americana gode del migliore stato di salute da dieci anni a questa parte. Le possibilità di recessione non sono molto alte».

Cifre robuste, dunque, ma che restano al di sotto dei numeri boom annunciati da Donald Trump: sviluppo al 3%, come minimo. Un reporter ha girato il problema a Powell, nominato dal leader americano al posto di Janet Yellen. Il banchiere non ha risposto, rimanendo impassibile.Poi sono arrivate le domande sui dazi contro la Cina e sulla riduzione delle tasse. «I dazi non hanno condizionato le previsioni», ha detto Powell, tagliando poi corto: «in ogni caso la Fed resta concentrata sui suoi obiettivi statutari, cioè il massimo impiego e il controllo dell’inflazione. Non entra in materie che competono al Congresso o alla Casa Bianca». Sui pericoli di una guerra commerciale, però, concede una battuta: «E’ un rischio inedito, un tempo di basso profilo e ora più notevole se guardiamo in prospettiva».Powell ha poi puntato l’attenzione su salari e mercato del lavoro. «Certo con un tasso di disoccupazione al 4,1%, il più basso degli ultimi 17 anni, ci si dovrebbe attendere una crescita delle retribuzioni. In realtà le paghe orarie degli americani stiano salendo lentamente, poiché abbiamo bassi valori di inflazione e di produttività». E qui la sua analisi è la stessa ascoltata tante volte negli ultimi anni da Janet Yellen: «La produttività è rimasta molto debole dai tempi della crisi finanziaria. Se guardiamo il valore del 2008, ci accorgiamo che è cresciuta solo un po’». Per rilanciarla occorrono «investimenti».Infine la finanza. «Ci sono debolezze moderate nel sistema e le grandi banche sono meno vulnerabili sul piano della liquidità». Non ci sarebbero pericoli di bolle speculative nel settore immobiliare, dove «i prezzi delle case non sono troppo alti».Wall Street ha assorbito le notizie sui tassi in arrivo da Washington con qualche segnale di nervosismo, chiudendo poi leggermente in rosso.

a cura di Giuseppe Catapano

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