Migranti: fattore demografico dei rischi ambientali, l’impatto

Governare gli effetti del cambiamento climatico sulla vita della popolazione mondiale è la sfida globale del XXI secolo. L’equilibrio instabile dell’ecosistema complica la lettura degli scenari di rischio sociale posti dallo sfruttamento intensivo dell’ambiente e dagli effetti climatici. Stando alle rilevazioni dell’Unep, l’Agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite, “il principale impatto sociale dei cambiamenti climatici sarà probabilmente l’incremento dei fenomeni migratori e rappresenterà forse la sfida più importante in termini di sicurezza”.

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Fattori destabilizzanti in un’ottica geopolitica: le migrazioni possono esacerbare conflitti in aree interessate da aspre contese per l’approvvigionamento di risorse naturali e mezzi di sussistenza. Uno studio condotto dal Center for strategic and international studies individua Asia del Sud, Africa sub-sahariana ed Europa mediterranea come le principali aree interessate da flussi migratori interni ed esodi extra-continentali.

Le prospettive di lungo periodo osservate nel rapporto The human cost of weather related disasters 1995-2015 di Unidsr, chiariscono il nesso tra le conseguenze dei cambiamenti climatici e l’azione antropica: dal monitoraggio, emerge il pesante impatto di inondazioni, tempeste e siccità nelle aree più sotto-sviluppate del Pianeta. Disparità d’accesso alle risorse naturali ed incidenza degli eventi meteorologici minano la solidità delle infrastrutture e dei servizi essenziali per la popolazione. In vent’anni, l’ impatto delle alluvioni, nel solo continente asiatico, ha coinvolto circa 2,3 milioni di persone, con rilevanti conseguenze per la mobilità e la produttività economica. Si registra inoltre un incremento di quasi 242.000 vittime di catastrofi naturali rispetto al periodo 1975-1995, la maggior parte residente in Paesi a basso reddito (89%).

La complicata sostenibilità delle migrazioni ambientali
Nel messaggio di apertura alla COP23 di Bonn (2017), Papa Francesco ha affermato: “Non ci si può limitare alla sola dimensione economica e tecnologica: è essenziale e doveroso tenere attentamente in considerazione anche l’aspetto e l’ impatto etici e sociali del nuovo paradigma di sviluppo e di progresso nel breve, medio e lungo periodo”.

Impatto dell’antropizzazione, disagio socio-economico diffuso ed elevata sensibilità climatica sono elementi che accomunano le aree geografiche più instabili. Le principali ricerche condotte a partire dai primi Anni Duemila, stimano entro il 2050 un numero compreso tra 200 e 250 milioni di “eco-profughi”.

Come spiega Alexandra Bilak, direttrice dell’Internal Displacement Monitoring Center: “Dobbiamo capire che, senza il giusto tipo di supporto e protezione, una persona che oggi è sfollata interna, domani potrebbe diventare un rifugiato, un richiedente asilo o un migrante internazionale”. L’ultimo rapporto Grid (2017) tratteggia una mappa degli sfollati entro i confini nazionali. Nel 2016, circa 24,2 milioni di persone hanno lasciato le loro abitazioni in fuga da disastri naturali: tra gli Stati più colpiti, molti scontano le annose conseguenze dei conflitti bellici, come Siria, Iraq e Afghanistan (oltre 2 milioni), mentre altri, tra cui Cina, India e Filippine (15,9 milioni) scontano il pesante impatto delle calamità naturali.

Maggiori criticità, comprendenti entrambi i fattori, guerra e clima, si riscontrano in Africa, “come nel caso della Repubblica democratica del Congo, che – sostiene la Bilak – mostra come il fallimento nell’affrontare le cause sottostanti a un conflitto e a una crisi riconduca poi a una ricomparsa ciclica degli sfollati”.

Problematico il fenomeno dei displaced for ‘development’, causato dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali da parte delle corporations, dall’inquinamento da attività antropiche delle acque e del suolo e dall’espropriazione delle terre (land grabbing) destinate all’agricoltura e all’allevamento. Servono strumenti d’intervento che, sottolinea la Bilak, contrastino con “l’indifferenza internazionale, la mancanza di responsabilità e il fallimento degli Stati nella protezione della propria gente”. La Convenzione di Ginevra (1951) non riconosce nel suo ordinamento lo status giuridico di rifugiato ai profughi in fuga da calamità naturali e avversità climatiche. L’estensione della protezione umanitaria ai migranti ambientali divide policy makers e organizzazioni non governative.

Le conseguenze locali del riscaldamento globale
Anote Tong, ex presidente di Kiribati, mostra scetticismo circa le soluzioni finora proposte per fronteggiare le migrazioni ambientali. “La realtà che dobbiamo affrontare è che qualsiasi cosa facciamo per creare più resilienza sulle nostre isole resta comunque improbabile che riusciremo a realizzare un’area in grado di accogliere tutta la popolazione, senza considerare i successivi aumenti demografici”.

Gli effetti del riscaldamento globale, provocato dall’emissione di gas serra, in larga parte imputabile all’attività umana, stanno causando importanti perdite di ghiaccio, con un aumento del livello del mare conseguente allo scioglimento delle calotte polari. “Gli ultimi rapporti di analisi sono stati chiari: isole come le Kiribati, Tuvalu, le isole Marshall e le Maldive, nell’oceano Indiano, saranno sommerse entro la fine del secolo”.

L’accordo raggiunto nella COP21 di Parigi (2015), vincolante a partire dalla ratifica di almeno 55 Paesi responsabili del 55% dell’emissioni globali di gas serra, pone l’obiettivo di “limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali”. Lo squilibrio termico induce le popolazioni residenti nelle zone rurali ad emigrare verso i centri urbani: nei primi Anni Duemila, la crisi alimentare nello Zimbabwe, causata da scarse riserve idriche e persistente siccità, ha indotto circa ¼ della popolazione (circa 3 milioni di persone) a lasciare le campagne per spostarsi in Sud-Africa.

La complicata gestione, da parte delle autorità sud-africane, dell’imponente afflusso di lavoratori stranieri ha esacerbato le rivalità etniche e acuito gli squilibri nei principali settori del mercato del lavoro, facendo registrare numerosi episodi di discriminazione e violenza nei confronti della minoranza immigrata. Necessario dunque cogliere, attraverso un approccio integrato, la complessità del fenomeno migratorio nelle sue concause, strettamente collegate ai fattori di rischio ambientale.

a cura di Maria Parente
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