Sahel: tra Niger e Mali, la trappola della Guerra Santa nel deserto

La nuova Santa Alleanza jihadista del Sahel contro i governi dell’area  e i loro alleati occidentali che tentano di evitarne l’implosione è nebulosa quanto le sabbie del deserto che ricoprono i porosi confini della fascia che va dalla Mauritania fino al Sudan. Ma ha un obiettivo chiaro. Il nemico da battere è la forza congiunta del G5 Sahel (JF-G5S) lanciata da MaliNiger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, dopo l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 21 giugno scorso, e la benedizione del presidente francese Emmanuel Macron nel vertice del 2 luglio a Bamako.Gli obiettivi del G5 sono stati messi nero su bianco dallo stesso Macron,  dal premier italiano Paolo Gentiloni, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel,  insieme ai colleghi degli Stati africani, nel vertice del 13 dicembre nel castello di La Celle Saint-Cloud, vicino a Parigi: lotta al terrorismo, che si alimenta anche delle spinte separatiste  delle tribù nomadi in terre di confine, dove il controllo dello Stato centrale è inesistente; e contrasto al malaffare che va dal traffico d’armi e di droga a quello di esseri umani (dall’area del Sahel attraverso il buco nero della Libia arriva l’80% dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo).

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Fronte comune tra qaedisti e Isis
La risposta dei guerrieri di Allah è arrivata il 13 gennaio, un mese dopo il vertice e due giorni prima della riunione a Parigi dei ministri della Difesa degli Stati membri del G5 e dei Paesi occidentali sponsor, ed è l’annuncio formale di un fronte comune tra formazioni qaediste e gruppi vicini all’Isis – il sedicente Stato islamico – nell’area sahelo-sahariana. I jihadisti del Sahel “si sono dati la mano” contro la forza congiunta del G5 per “combattere i miscredenti” che hanno il quartier generale a Sevarè, in Mali, e centri di comando in Mauritania e Niger, ha detto  all’Afp il portavoce di  Adnan Abou Walid Sahraoui, capo dello ‘Stato islamico del Grande Sahara’ (Isgs), eterogenea alleanza di radicali islamici di varia provenienza che potrebbe rendere ancora più difficile l’operazione G5. Il portavoce  – nome in codice Amar – ha chiarito che “faremo di tutto perché il G5 Sahel non si installi” nella “zona delle tre frontiere” tra Mali, Burkina Faso e Niger, esattamente il luogo dove si concentra l’attenzione della forza congiunta del G5 affiancata dai 4 mila soldati francesi dispiegati nel quadro dell’operazione Barkhane.L’Isgs è poco conosciuto, ma ha già rivendicato gli attentati dell’11 gennaio contro i militari di Parigi in Mali e del 4 ottobre 2017 in Niger, quest’ultimo costato la vita a 4 soldati americani oltre che a 4 nigerini.

Lo Stato islamico del Grande Sahara…
Ma che cos’è esattamente lo Stato islamico del Grande Sahara e chi è il suo capo? Difficile dare credito a scissioni, nuovi reclutamenti e giuramenti di fedeltà dichiarati dalle tante anime della galassia jihadista nella regione sahelo-sahariana, ‘integrata’ anche da Boko Haram, che ha allargato il suo raggio d’azione ben oltre il confine della Nigeria. Ma non ci sono dubbi sulla sua pericolosità, anche alla luce delle ripetute segnalazioni dei servizi di intelligence occidentali in merito alle convergenze tattiche di alcune formazioni islamiche radicali. E alla vigilia della missione italiana in Niger, rigorosamente no-combat, i rischi non sono da sottovalutare.Le alleanze per la ‘Guerra santa’ nel deserto africano si giocano nel quadro dei grandi filoni di al Qaida e  dell’Isis, tra i quali Adnan Abou Walid Sahraoui si muove agevolmente con l’intento di rafforzare non solo la sua leadership ma anche la potenza di fuoco complessiva. “I nostri fratelli Iyad Ag Ghaly e gli altri mujaheddin difendono l’Islam come noi” ha detto Adnan per bocca di Amar, riferendosi al capo tuareg maliano di Ansar Dine,  che guida il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, organizzazione terrorista salafita nata dalla fusione di alcuni gruppi legati ad al Qaeda. Il che non significa – ha specificato Amar – rinunciare all’alleanza con l’Isis al quale Sahraoui ha giurato fedeltà nel maggio 2015. È stata l’Amaq, l’Agenzia di propaganda dello Stato Islamico, a diffondere nell’ottobre 2016 ha diffuso il video del ‘giuramento’, riferendosi al  gruppo del capo dell’ Isgs come al suo battaglione in Mali.

... e chi è il suo leader
Di Sahraoui non si sa molto. Nato tra il ‘73 e il ‘79 nel Sahara Occidentale (territorio che rivendica l’indipendenza dal Marocco), ha trascorso l’infanzia nei campi profughi del Fronte Polisario nel sud dell’Algeria ed è basato probabilmente in Mali. Un Paese su cui  puntano l’attenzione  anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che nel suo ultimo rapporto trimestrale sul Mali si è detto “estremamente preoccupato”, e il suo inviato speciale per la regione, Mohamed Ibn Chambas, allarmato per la situazione della sicurezza in Africa Occidentale e nel Sahel.Di sicuro Sahraoui conosce bene il territorio. E’ stato portavoce del Mujao (Movimento per l’unicità e la Jihad dell’Africa occidentale), nato nel 2011 come propaggine dell’Aqmi (al Qaida nel Maghreb islamico) e fusosi nel 2013 con Al-Morabitoun (Le sentinelle), guidato dall’algerino  Mokhtar Belmokhtar, responsabile tra l’altro dell’attacco all’hotel Radisson Blu di Bamako nel novembre 2015, nel quale rimasero uccise 20 persone. Sahraoui sarebbe anche l’autore di un appello audio nel maggio 2016 per attacchi in Marocco contro i turisti occidentali e la Missione Onu nel Sahara Occidentale. E,  nel settembre 2016 ha rivendicato per conto dell’Isis un attacco in Burkina Faso con due morti. D’altra parte l’Isgs trova terreno favorevole tra le rivendicazioni di popolazioni come i Peul, nomadi al confine tra Mali e Niger, ed è uno dei ‘rifugi’ di transfughi  del Califfato scappati dalla Siria e dall’Iraq. Un intreccio difficilmente districabile, anche se le forze di contrasto diventano sempre più massicce  a integrazione delle già presenti Minusma (Onu) e delle missioni europee Eucap ed Eutm: oltre ai già citati francesi della missione Barkhane, gli americani e i prossimi addestratori italiani.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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