Corea: con la ‘mossa dei Giochi’, vantaggio a Kim su Trump

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Di Kim Jong-un si è detto e scritto a ragione tutto il male possibile. Si mostra del tutto indifferente alle regole della convivenza fra nazioni. Il modo con cui destina gran parte delle magre risorse del suo Paese a un arsenale che potrebbe presto comprendere sottomarini nucleari la dice lunga su come si prenda cura di una popolazione, per cui la mobilitazione nazionalista appare un ben misero rimedio alla fame. La reale consistenza del suo arsenale nucleare deve essere dimostrata, ma la semplice minaccia basta per mettere in discussione gli equilibri nella regione, lanciando una sfida alla Corea del Sud, dando un forte avvertimento al Giappone, facendo capire alla Cina di essere un alleato con cui è necessario fare i conti. Lo sviluppo di missili intercontinentali in grado di colpire gli Usa gli permetterebbe di chiudere strategicamente il cerchio, ponendolo al centro di una riedizione in chiave asiatica dell’equilibrio del terrore cui legare, al pari di quello fra i due blocchi all’epoca della Guerra Fredda, i destini della pace mondiale.

Kim: lucidità e capacità di manovra, più che imprevedibilità e irrazionalità
L’imprevedibilità e l’apparente irrazionalità di molte sue posizioni sono state spesso liquidate come quelle di una personalità psicotica, disposta a trascinare il mondo in una tragedia insensata. Ma una simile lettura sarebbe semplicistica. Il suo disegno è pericolosissimo, ma non è a una guerra che segnerebbe la fine del regime che pensa. Il suo obiettivo appare quello di garantirsi da un lato l’invulnerabilità, cercata invano da suo nonno e da suo padre; e, dall’altro, di conseguire una sorta di forzosa legittimazione internazionale. La retorica bellicista e la capacità nucleare fanno parte di una strategia – cinica e perversa quanto si vuole, ma lucida – volta ad innalzare l’asticella del confronto sino al punto di rendere improponibili soluzioni militari. Sarà molto difficile che possa rinunciare alla bomba, visto che il suo possesso gli garantisce di non fare la fine di Gheddafi o Saddam e contribuisce a mettere in dubbio la serietà della garanzia di sicurezza americana tanto nei confronti di Seul come, in senso lato, dell’intera regione.

Kim conosce le regole che governano le democrazie occidentali, poiché ha avuto modo di studiarle negli anni di permanenza dorata in Svizzera, e l’andamento della vicenda per la partecipazione di Pyongyang ai Giochi olimpici invernali di Pyeonchang fornisce la riprova di una abilità tattica – unita alla capacità di sfruttare a proprio vantaggio i meccanismi politico-psicologici dell’Occidente – che pochi erano disposti a riconoscergli. Dichiarandosi disponibile ad inviare suoi atleti (e magari, come nel pattinaggio artistico, conquistare medaglie), egli è riuscito a uscire dal cul de sac in cui rischiava di finire, annunciando misure di apertura in materia di comunicazione e di contatti militari tutte da verificare, ma subito accolte da una Corea del Sud interessata a fare delle sue Olimpiadi un successo planetario. Così facendo, egli ha dichiarato di volersi porre allo stesso livello di tutti nel rispettare lo spirito decoubertiniano, lasciando ad altri il compito di ricordarne la veste di paria internazionale. Resta da vedere quanto, Olimpiadi a parte, le aperture saranno confermate. Ma al momento la mano tattica di Kim appare vincente, con Seul disposta a seguire il gioco per massimizzare da parte sua il vantaggio che deriva alla sua proiezione internazionale.

Trump: tra manifestazioni ‘muscolari’ e ricerca di mediazioni
Davanti alla capacità manovriera di Kim, la posizione di Trump ha oscillato fra manifestazioni ‘muscolari’ e ricerca di mediazioni, soprattutto verso la Cina. Pechino è sicuramente preoccupata, ma Xi non ha grande interesse a muoversi sino a che il degrado della situazione non gli consentisse di estrarre il massimo vantaggio nei confronti di Washington. Trump può far fare dichiarazioni bellicose ai suoi generali, ma può permettersi una guerra al buio ancor meno del suo avversario: pesano i meccanismi di controllo del governo e del Congresso che in una democrazia contano eccome. La mossa olimpica di Rocket Man lo ha spiazzato, costringendolo ad accodarsi di malavoglia al corteo di quanti inneggiano alla riduzione delle tensioni, in attesa di sviluppi.

Più che quello di una denuclearizzazione totale improbabile, un obiettivo potrebbe essere quello di una limitazione delle capacità di offesa strategica di Kim, con una garanzia internazionale di ferro. Qui entra in gioco un altro elemento. Per gli americani, la sola idea di un attacco nucleare capace di colpire New York o Los Angeles è inaccettabile psicologicamente, prima ancora che politicamente. L’11 Settembre, con tutto il suo orrore, fu un’altra cosa e l’unica volta in cui un rischio del genere si profilò, durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, il panico non esplose perché il sangue freddo di Kennedy (e di Krusciov) permise di chiudere la cosa in tempo (nell’Università in California dove mi trovavo si pensò seriamente a una evacuazione generale, perché era all’interno del raggio d’azione dei missili russi). Stavolta sono diversi il contesto e la qualità dei protagonisti, ma il pericolo rimane e il sangue freddo non abbonda. Se le cose dovessero volgere nuovamente al brutto e Kim ritornasse ad agitare la sua minaccia, potrebbe innescare una reazione contraria nell’opinione pubblica americana, alimentandone la “corda pazza” della paura, rendendo problematico qualsiasi compromesso e spingendo Trump a sottovalutare a sua volta il margine di manovra a disposizione dell’avversario.

a cura di Maria Parente

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