L'ex sindaco Piccini: il Pd cerca di re-ingessare Siena

L’eretico ha scritto un libro. Eretico perché Pierluigi Piccini, sindaco Pds-Ds di Siena per due mandati, dal 1990 al 2001, fu bloccato sulla soglia della Fondazione Monte dei Paschi, di cui era dato per presidente certo, da un ministro del suo stesso partito. A fermarlo fu Vincenzo Visco, titolare della Finanza sotto il D’Alema I, che emanò “un atto di indirizzo”, così si chiamava, dichiarando l’incompatibilità fra nominanti e nominati: chi era stato nell’ente di designazione di una fondazione bancaria, il comune di Siena nel caso specifico, non poteva essere nominato nella fondazione stessa, se non fossero trascorsi due anni. Provvedimento di cui poi la Consulta fece strame, ma che bastò a sbarrare il passo all’ex-sindaco. Aprendo la strada a Giuseppe Mussari ma questa è un’altra storia. E poco esaltante.  Piccini ha scritto un libro a quattro mani col giornalista Matteo Orsucci. Titolo secco, Siena, e un sottotitolo che è un programma: Mps, la politica, i poteri forti, i personaggi. Un racconto degli ultimi 20 anni (Eclettica edizioni).
Domanda. Piccini, un libro a dieci anni esatti dalla sua cacciata finale dai Ds, avvenuta nel 2004.
Risposta. Un anniversario che non avevo presente. Ma non ho fatto il libro per quello.
D. E perché, allora?
R. Banalmente perché mi è stato proposto di farlo ma anche, probabilmente, per il desiderio di oggettivizzare quel che è successo, a distanza di qualche anno. Fatto che è stato, per certi versi, liberante.
D. Senta, lei sin dall’inizio, rappresentò un uomo di rottura. Arrivò in municipio, nel 1990, in una staffetta prevista con un sindaco socialista Vittorio Mazzoni della Stella, come la legge allora permetteva. Ma poi restò a lungo e a dispetto dei santi del suo partito.
R. Rappresentavo una novità. una rottura coi vecchi sistemi. Un sindaco che aveva aperto l’amministrazione comunale, che aveva innovato la gestione.
D. E perché, sul Mps, faceva da sé. Tanto che nel 1993 non la volevano ricandidare e dovette intervenire il segretario del Pds, Achille Occhetto…
R. Ascoltò la base, i militanti, mandò il responsabile enti locali a sentirli e consentì le prime primarie, nelle quali affrontai Roberto Barzanti (poi eurodeputato Ds, ndr) e vinsi.
D. Uno a cui non restava simpatico era Luigi Berlinguer che, all’epoca, faceva il rettore a Siena, a capo cioè di un’amministrazione importante. L’aveva già attaccata in piena Tangentopoli, perché lei non voleva liquidare la giunta coi socialisti.
R. Sì, gli scontri non mancarono. Anche perché pensavo che il rettore dovesse occuparsi dell’universitas e il sindaco dell’amministrazione. Anzi, io ero già allora convintissimo che il primo cittadino fosse un po’ un amministratore delegato e che le istituzioni venissero prima della politica.
D. Mettersi contro Berlinguer non sarà stato facile, allora…
R. Il rettore era il totum. Era l’uomo dei rapporti con la politica fiorentina e soprattutto con quella romana, era il capo della lobby degli accademici, era l’amico di tanti professori e costituzionalisti: Franco Bassanini, Giuliano Amato. Lo sfidavo sui contenuti, ma pubblicamente non nelle cene riservate.
D. Insomma, il partito, che allora era Botteghe Oscure a Roma, contava a Siena?
R. Il partito romano ha sempre influenzato le scelte di Siena e l’eccezione ero io. L’espulsione del 2004, che lei richiamava, lo dimostrò.
D. Lei gli aveva dato un pretesto; invitava a votare altri…
R. Fu un falso. Non firmai la lettera del circolo culturale la Mongolfiera, di cui facevo parte, per il semplice fatto che ero a Parigi, non potevo neppure saperlo. E poi, mi scusi, nello stesso periodo ci fu a Venezia, l’elezione di Massimo Cacciari, con una lista sua e con una parte dei Ds che fecero campagna per lui. Lì, invece il partito non fece una piega, inglobando il tutto. Io dovevo essere messo fuori…
D. L’accusarono persino d’essere di destra…
R. Che stupidaggine. Fu quando commentai al Corsera, nel 2001, la vittoria di Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini.
D. Dicendo cosa?
R. Che avevano una capacità di comunicazione non giacobina, né moralizzante, cioè che non volevano insegnare agli altri come vivere. La stessa che ha Matteo Renzi adesso. Franco Ceccuzzi (futuro sindaco Ds, ndr) disse che, appunto, «ormai ero diventato di destra».
D. Invece lei è nato a Roma nel 1950, da una famiglia originaria di Piancastagnaio (Si), sull’Amiata, spostatasi nella Capitale perché coinvolta negli scontri del 1948 seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti.
R. Mia mamma, Annunziata, fu incarcerata per un mese con mio fratello Elvio, di un anno. Mio padre si trasferì a Roma, appena liberata, lei lo raggiunse. E dicevano che fossi di destra. Guardi c’è una frase, bellissima, di Carmelo Bene, che dice «Io la posso mangiare, questa bandiera, perché è alla mia». (Piccini qui si commuove fino alle lacrime, ndr).
D. Infatti era uno dei loro. Ha fatto pure un po’di Frattocchie, di scuola politica Pci, oltre aver studiato filosofia alla Sapienza… R. Sì qualche corso di formazione. I Grundrisse di Marx li ho studiati lì. Erano luoghi in cui si formava la classe dirigente, si studiava analisi economica, politica. Oggi non c’è più niente di tutto questo.
D. Ora invece?
R. Mah, molti di quelli che ci sono ora, ai miei tempi, finivano al ciclostile. Allora c’era una selezione vera. Oggi se un porta 14 voti, finisce a fare l’assessore.
D. Senta lei finì per essere inviso ai vertici romani dei Ds, perché contrario agli scenari di accorpamento di Mps con Bnl. Però, un po’ se l’è cercata: nel libro racconta quando Massimo D’Alema, allora premier, le chiese di incontrarla con urgenza, e lei gli rispose che era al mare e che, se voleva, poteva andar lui. Non solo, lo ricevette in un ristorante: lei praticamente in costume, lui in doppiopetto. Non fu una prova muscolare?
R. Assolutamente no, era il modo per dare immediata disponibilità a quella richiesta. Ho sempre avuto il massimo rispetto per le istituzioni. Questo non vuol dire che non mi fossi confrontato, in maniera anche dura, e che volessi far valere le mie idee. Sulla questione poi, credo che sbagliassero davvero strategia a puntare su quella fusione ma soprattutto l’errore anche peggiore fu non averla portata in porto.
D. Quale era la sua filosofia politico-economica?
R. Facevo un ragionamento fortemente politico: a Nord vinceva la Lega, perché aveva un blocco sociale costituito dai ceti produttivi. L’Italia-centrale, viceversa, non trovava una strada: le grandi centrali cooperative preferivano finanziarizzare la ricchezza prodotta, investendola in partecipazioni. Secondo me la banca doveva fare l’opposto: sostegno della ricerca, dei processi produttivi, dei ceti medi. Era di contrasto all’operazione fatta a Nord. Non l’ha capito nessuno, neanche la Confindustria toscana e meno che mai il partito di qui, tutto piegato su Roma. L’Unipol mi fece la guerra fino in fondo, quando volevano Paschi Vita, facendo un’offerta irrisoria. Io, d’altra parte, facevo gli interessi della città, volevo creare ricchezza.
D. Neanche il Bottegone capì…
R. Fui trattato con rispetto, mi creda. Con Walter Veltroni, ebbi un buon rapporto ma anche con lo stesso D’Alema, ci fu una relazione corretta. Si sono confrontate due visioni di sviluppo, con obiettivi diversi. Ha vinto l’altra ed è stato il disastro.
D. Le negarono la presidenza della fondazione ma la spedirono in un esilio dorato: mega-dirigente al Montepaschi Banque di Parigi.
R. Ho speso quegli stipendi nella politica. Non ero comprabile, d’altra parte. Se non fossimo al telefono, lei mi vedrebbe in una stanza piena di libri. Non ho niente. Una volta mi piacevano le belle auto ma ho venduto tutto. Era una cazzata anche quella.
D. A un certo punto la situazione sarà diventata pesante. Non ha mai maledetto il fatto d’essere venuto a Siena? Non ha mai detto: “Siena ti odio”?
R. Si era arrivati al punto che, quando vedevo alcune persone, mi chiedevano poi di uscire dai locali separatamente, perché non era il caso di farsi vedere in mia compagnia ma Siena mi ha dato tantissimo, professionalmente e come uomo, e non potrei mai pensare di odiare questa città. La amo.
D. Da sindaco, puntò sull’arte e la cultura. Aprì il centro di arte contemporanea delle Papesse, trasformò Santa Maria della Scala in un museo. C’era l’idea di superare la rendita bancaria?
R. Ho sempre lavorato per creare reddito da lavoro. Il vero dramma a Siena era che non si volevano superare le rendite di posizione e parassitarie. E il partito aveva costruito il suo blocco sociale su questo.
D. Nel futuro si guarda di nuovo a queste opportunità, c’è il progetto per fare Siena capitale europea della cultura.
R. Operazione difficile. Si punta alla monocultura turistica, sostituendo la rendita, quella bancaria, a un’altra, ma a un livello molto più basso. Il partito non ha altri modelli.
D. Lei dice “il partito”. Perché, conta ancora?
R. Il partito conta ancora, sta chiudendo i varchi che si sono aperti con questa crisi e si ricompone. A Siena ha un solo modello: controllo società attraverso gli organi intermedi, tramite l’uso delle rendite di posizione o quello che rimane.
D. Piccini, ascoltandola pare ci sia in lei una distanza amara verso queste vicende.
R. Guardi, io vivo a Parigi, studio filosofia e teologia. Ricostruire questa storia era importante, soprattutto per me, come le spiegavo all’inizio. Ma nessun spirito di révanche, figurarsi.

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