Elezione di Juncker, svolta per la democrazia europea

Se Jean-Claude Juncker fosse eletto nuovo presidente della Commissione europea sarebbe una svolta per la vita democratica dell’Unione europea (Ue).

È uno strano paradosso che proprio nel Regno Unito, dove le presunte carenze democratiche dell’Ue sono oggetto di critiche così diffuse, politici e commentatori siano così riluttanti a riconoscere questo salto qualitativo verso un’Unione più democratica.

Ci si è lamentati a lungo, e non a torto, che gli elettori non sapessero per che cosa votavano. L’aver legato le elezioni europee del 2014 alla presidenza della Commissione è stata una risposta molto efficace a queste rimostranze.

Trattato rispettato
Una tesi senza fondamento, ma che riecheggia spesso nei media britannici, è che in qualche modo le clausole del trattato di Lisbona sull’elezione del presidente della Commissione siano state stravolte o mal applicate nelle recenti elezioni europee. È una tesi che non regge a una lettura anche sommaria del trattato.

Il trattato stabilisce che il Consiglio europeo, nell’avanzare la sua proposta per la presidenza della Commissione, deve “tenere conto” dei risultati delle elezioni europee.

La grande maggioranza dei membri del Consiglio europeo concorda su un’interpretazione perfettamente ragionevole di questa clausola. Pur appartenendo a partiti politici diversi, hanno dichiarato di voler sostenere il candidato scelto dal raggruppamento politico più forte, un candidato che era stato reso noto agli elettori prima e durante le elezioni europee.

Anzi, prima delle elezioni europee molti membri del Consiglio europeo si sono espressi con particolare enfasi a favore di questa procedura. E ritengono che accantonarla ora, dopo le elezioni, significherebbe trattare con disprezzo gli elettori europei.

Un numero limitato di membri del Consiglio europeo, incluso il governo britannico, rifiuta di sostenere Juncker. Il trattato di Lisbona stabilisce però che, in caso di opinioni divergenti in seno al Consiglio europeo, si decida a maggioranza qualificata.

Tradizionalmente il Consiglio europeo ha preferito procedere per consenso anziché con votazioni formali. È probabile tuttavia che alla fine di questo mese il Consiglio decida a maggioranza di adottare Jean-Claude Juncker come candidato del Consiglio nel suo insieme.

Per la democrazia europea sarebbe un bel passo avanti. I governi nazionali, infatti, farebbero precisamente ciò che gli euroscettici gli chiedono di fare: dare ascolto ai cittadini.

Peraltro, una volta che il Consiglio europeo ha proposto il suo candidato per la presidenza della Commissione, lui o lei diventa presidente della Commissione solo se ha il sostegno della maggioranza assoluta – una soglia alta – del Parlamento europeo. Il trattato di Lisbona ha grandemente rafforzato il ruolo del Parlamento europeo. Molti, anche se non tutti, i membri del Consiglio lo hanno capito.

Autolesionismo britannico
Era prevedibile che il premier britannico David Cameron fosse tutt’altro che entusiasta dell’idea di Juncker come nuovo presidente della Commissione. Quel che sorprende è la veemenza della sua ostilità verso l’ex-primo ministro del Lussemburgo. Fattori politici interni giocano indubbiamente un ruolo: l’opposizione di Cameron alla candidatura di Juncker ha anche lo scopo di distrarre l’attenzione dal risultato deludente dei conservatori nelle elezioni europee.

Suona comunque bizzarra l’affermazione di Cameron, riportata da alcuni media, che l’elezione di Juncker a presidente della Commissione renderebbe più probabile l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Per rinegoziare i termini della sua partecipazione all’Ue, la Gran Bretagna dovrebbe infatti discuterne innanzitutto con gli altri stati membri, non con la Commissione.

Sia i liberaldemocratici che i laburisti hanno fatto propria l’opposizione di Cameron nei confronti di Juncker. Non c’è bisogno di essere un fan di Juncker o di condividerne le posizioni politiche per capire quanta pigrizia e superficialità denoti questo atteggiamento.

Juncker è un leader europeo di spicco, il cui gruppo politico ha ottenuto ampi consensi in tutta Europa nella recente competizione elettorale. I successi localmente circoscritti degli eterogenei partiti antieuropei – il Fronte nazionale, l’Ukip e i Cinque Stelle – non possono diventare il pretesto per mettere in dubbio il mandato ricevuto da Juncker.

Ci sono naturalmente molte questioni su cui Juncker e Cameron non concordano. Ma la tesi che queste differenze siano così radicali che potrebbero indurre razionalmente la Gran Bretagna a uscire dall’Ue è sconcertante e distruttiva.

Il rifiuto dell’establishment britannico di Juncker come presidente della Commissione europea non renderà più facile vincere un futuro referendum sull’Europa. Lo renderà invece più difficile.

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