Consiglio contro Parlamento, una scelta antieuropea

È un po’ penosa e anche indisponente la diatriba che si è aperta fra i governanti europei sulla nomina del futuro presidente della Commissione.

L’ultimo episodio della serie è il recente incontro di quattro primi ministri conservatori del Centro-Nord Europa con da una parte Angela Merkel ancora decisa a sostenere la candidatura del rappresentate del Partito popolare europeo (Ppe), Jean-Claude Juncker, uscito bene o male vincitore dalle ultime elezioni, e dall’altra David Cameron, il premier svedese Fredrik Reinfeldt e primo ministro olandese Mark Rutte che insistono nel tenere il potere di nomina nella mani del Consiglio europeo.

Si tratta, appunto, dell’ultimo episodio di una serie di dichiarazioni e posizioni spesso estemporanee, segno di confusione e smarrimento a livello di capi di governo.

Ruolo Pe nella nomina del presidente della Commissione
Eppure la questione è abbastanza semplice, pur nella sua tipica ambiguità comunitaria. Esiste, come è già stato ripetuto mille volte, il nuovo art. 17 del Trattato di Lisbona che rimanda ai risultati delle elezioni per il Parlamento europeo nell’individuare il possibile candidato.

Tutti i maggiori partiti europei (come già suggerito dal nostro Istituto, addirittura prima delle precedenti elezioni del 2009) hanno democraticamente scelto il loro candidato alla presidenza della Commissione europea all’inizio della campagna elettorale.

Queste indicazioni sono state anche recepite e approvate dai capi di governo di questa o quella parte politica. Infine, nel corso della campagna elettorale questa innovazione è stata “venduta” agli elettori come un ulteriore, significativo tassello sulla strada della democratizzazione dell’Ue.

Alla fine ha vinto il Ppe con capofila Juncker, pur lasciando per strada ben 60 seggi. Quindi, se la logica ancora tiene, è da lì che bisogna cominciare. Che Juncker, per il suo passato di modesto presidente dell’Eurogruppo, non piaccia ai più non cambia i termini dell’equazione. Bisognava semmai pensarci (compresa la signora Merkel) un po’ prima.

E se avesse vinto il partito socialista che presentava la candidatura di Schulz, che cosa sarebbe cambiato? Stessa manfrina?

Per Renzi prima il programma
Va aggiunto che sbaglia anche il nostro premier, Matteo Renzi, dichiarando che prima bisogna decidere i programmi e le priorità dei prossimi cinque anni e poi scegliere il candidato.

Allora a che cosa è servita la campagna elettorale e i programmi dei partiti europei e dei loro candidati-leader? Perché organizzare confronti pubblici all’americana fra i candidati, se poi si pensa di rivedere programmi e priorità? Ma di quale democrazia stiamo parlando?

Perché il vero tema sul tappeto è proprio quello della democrazia e della direzione da dare al processo di integrazione europea. Oggi, anche alla luce di questo confuso dibattito, gli scenari che si prospettano sono solo due, radicalmente opposti.

Nessuna scorciatoia per la democratizzazione Ue
O passa la logica che la democrazia è solo ed esclusivamente un fatto nazionale, con la conseguenza che tutto il potere dovrà essere accentrato nel Consiglio europeo con un’ulteriore emarginazione di Parlamento europeo e Commissione.

Oppure si decide di sperimentare la difficile e stretta strada di una maggiore democratizzazione delle istituzioni dell’Unione. Questa comincia da un più diretto legame politico fra elettori, Parlamento europeo e Presidente della Commissione, espresso quest’ultimo dal Parlamento stesso e suo membro fino alla nomina ed elezione ufficiale a quello scranno.

La prima soluzione è quella suggerita dai nazionalisti e dai governi euro-conservatori, la seconda è quella del rispetto delle regole dei trattati e del loro spirito. Altre scorciatoie non sono oggi ammesse.

All’Italia, che andrà fra qualche giorno ad assumere la Presidenza di turno, conviene questa seconda strada, anche al fine di non trovarsi schiacciata dai grandi partner-burattinai. Quindi la linea deve essere quella del rispetto delle nuove regole e del loro spirito, nonché della centralità del Parlamento europeo come principale istituzione da cui fare avanzare il progetto di democrazia europea.

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