L’Italia è in credito verso la Ue

Il risultato delle elezioni europee ha fotografato un’Unione divisa in due: da una parte, coloro che vogliono smontare la moneta unica e le sue regole, guidati da Marine Le Pen, dall’altra chi, come Matteo Renzi, le norme le vuole cambiare, Angela Merkel permettendo. «È un braccio di ferro cruciale da cui dipende il futuro di 500 milioni di persone», afferma Roberto Sommella, giornalista, autore del saggio appena uscito in libreria, L’euro è di tutti, Giovanni Fioriti Editore, prefazione del premier Matteo Renzi.
Domanda. A vedere i risultati delle elezioni del 25 maggio, sono pochi a credere che l’euro sia di tutti.
Risposta. È così, ma proprio dal diffuso senso di sfiducia nei confronti della moneta unica si deve ripartire. Senza capire le ragioni di chi si è davvero impoverito con l’euro, non andremo da nessun parte.
D. Nemmeno con il boom del Pd sopra il 40%?
R. È una base di partenza importantissima, senza la vittoria personale di Renzi alle europee oggi avremmo i mercati in subbuglio, ma pensare che tutto sia finito lì è sbagliato. Le difficoltà iniziano adesso, basta vedere lo scossone che Marine Le Pen ha dato alla Francia e all’Europa intera e i problemi per scegliere il presidente della nuova Commissione.
D. L’Italia può giocare un ruolo importante?
R. Indubbiamente e non da oggi. Siamo un grande paese, cofondatore dell’Unione. Nel libro ricordo che noi italiani abbiamo versato la bellezza di 92 miliardi di euro tra i vari fondi salva-stati e i prestiti ai paesi in difficoltà, e varato manovre per altri 67 miliardi. In cambio, per ora, abbiamo ricevuto declassamenti dalle agenzie di rating e pochi spiccioli, versati peraltro dallo Stato italiano, per mettere in sicurezza con i Tremonti e i Monti bond alcune banche. Il bilancio del dare e avere è tutto a nostro sfavore.
D. Proposte?
R. Ne lancio una: perché non cambiare i Trattati inserendo, insieme ai rapporti deficit e debito-pil anche il parametro aiuti-pil? Saremmo tra paesi più virtuosi, anche nei prossimi anni verseremo ai fondi di solidarietà ben più del 3% della nostra ricchezza nazionale.
D. Chi ci ha guadagnato con la crisi?
R. Rispondo con le cifre. Tra il 2007 e il 2013 la Germania ha visto crescere occupazione e pil del 5%, la Gran Bretagna ha fatto di meglio, il resto dell’economia dell’Eurozona è rimasta sotto lo zero di oltre 6 punti percentuali, i disoccupati sono aumentati di 7,5 milioni, di cui uno e mezzo sono italiani.
D. Colpa di Berlino?
R. Anche. Gli altri leader europei non hanno però contrastato a dovere la Germania, gelosa della sua economia, rimessa in piedi con le riforme quando gli altri, noi compresi, perdevano tempo.
D. Chi si lamenta di un euro troppo forte ha ragione?
R. Certamente. Bisogna svalutarlo, non tornare alle monete nazionali. Poi la Bce deve avere pieni poteri e il Fiscal Compact va sospeso o cambiato profondamente. Va detto che la moneta unica è stata all’inizio fin troppo flessibile: nel passaggio dalla lira all’euro ho dimostrato che almeno 25 beni di largo consumo, pane, pasta, carne, pesce e lì mi fermo, hanno subito in 13 anni, tolta l’inflazione, aumenti netti dal 40 al 200%.
D. Ci sono questi calcoli dietro la vittoria di Le Pen in Francia?
R. Sì e anche la rabbia per la Grandeur perduta. La Le Pen ha capito prima degli altri che in questa Europa le banche sono più tutelate delle persone. E ha vinto. Ora tocca a Renzi convincere i partner che la strada da lei indicata è sbagliata, ma l’analisi della francese resta giusta.

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