L’Unione in cerca di un motore

Queste sono state elezioni difficili che lasciano in pezzi l’Unione europea (Ue) tradizionale, quella uscita dai compromessi istituzionali elaborati a partire da Maastricht e poi rafforzati dalle misure per far fronte alla crisi economica.

Questa Europa aveva messo al suo centro, come motore delle sue politiche e delle necessarie riforme, il Consiglio europeo, limitando il ruolo originariamente attribuito alla Commissione e ritardando la crescita dei poteri del Parlamento. 

Ora le elezioni europee hanno stravolto gli equilibri politici interni di almeno due delle maggiori potenze europee, la Francia e il Regno Unito, indebolendone grandemente la capacità di leadership. 

Consiglio europeo in difficoltà
Nel caso britannico, per la prima volta, la possibilità di una rovinosa Brexit dall’Unione è ormai una eventualità più che probabile. Ed è difficile che Parigi possa recuperare in breve tempo il suo smalto politico. Rimane naturalmente la Germania, con un gruppo di paesi europei orientali, tra cui la Polonia, e, a sorpresa, l’Italia (oltre alla Finlandia e alla Svezia). 

In altri termini, oggi il Consiglio appare in difficoltà, con un gran numero di governi preoccupati più dei loro fragili equilibri interni che del futuro dell’Europa. Il peso dell’iniziativa, e delle politiche necessarie a far uscire definitivamente l’Unione dalla crisi, cade sulle spalle delle altre istituzioni comunitarie, e in primo luogo sulla nuova Commissione.

In questa situazione è forte il rischio di compromessi al ribasso, che lascino l’Europa senza un vero motore politico-istituzionale capace di prendere decisioni forti e isolino ancora di più la Bce nel suo ruolo anomalo di centro decisionale delle politiche economiche europee. 

I vantaggi per l’Italia
L’Italia ha un doppio interesse ad agire. In primo luogo essa è interessata ad una politica economica che favorisca decisamente la ripresa economica e lo sviluppo, e che vada oltre il solo stimolo offerto del costo relativamente basso del denaro e della stabilità monetaria.

In secondo luogo essa sta per assumere la presidenza di turno, per il secondo semestre di quest’anno, durante il quale verranno prese tutte le principali decisioni sull’assetto futuro dei vertici comunitari.

In teoria, parte dei giochi dovrebbero essere fatti, almeno per quel che riguarda la presidenza della Commissione, visto che il Ppe ha conquistato il numero più alto di seggi nel nuovo Parlamento ed ha indicato come suo candidato il lussemburghese Jean-Claude Juncker.

Tuttavia bisogna considerare almeno tre problemi. Il primo, la “vittoria” del Ppe assomiglia piuttosto ad una “non sconfitta”, nel senso che, pur avendo perso 61 seggi (rispetto ai 6 persi dai socialisti), sono rimasti il primo gruppo, ma sono ben lontani dal costituire una forza maggioritaria. 

E questo è il secondo punto: quale che sia il candidato Presidente (anche il leader socialista Martin Schulz, pur essendo il suo gruppo arrivato “secondo”, si è detto disponibile), per ottenere la maggioranza parlamentare richiesta dovrà guadagnarsi il consenso dei tre gruppi principali (Ppe, socialisti e liberal-democratici), in altre parole sarà un candidato di coalizione, e non l’espressione di una sola famiglia politica.

Terzo, Juncker ha una grandissima esperienza europea, come ex-primo ministro e come ex-presidente dell’Eurogruppo, ma proprio per questo è un po’ anche il simbolo dell’Europa uscita a pezzi dalla crisi economica e dalla tempesta elettorale. Siamo certi di volere che la soluzione per il futuro appaia come un ritorno al passato?

Le possibili candidature
L’Italia non ha grandi ambizioni. L’unica candidatura di cui si parla è quella di Massimo D’Alema come possibile futuro Alto Rappresentante e Vice-Presidente della Commissione: certo un’ottima cosa, ma che deve fare i conti col fatto che abbiamo già l’italiano Draghi al vertice della Bce. 

Prima di spendere tutte le nostre carte in questa direzione quindi, sarebbe forse interessante cercare di rimescolare le deliberazioni del Consiglio, proponendo che alla presidenza della Commissione vada un leader forte e rappresentativo, in grado di riavviare il motore europeo. 

Potrebbe essere un tedesco (si può pensare all’ex-ministro degli Esteri Joschka Fisher, o persino al potente numero due di Angela Merkel, Wolfgang Schäuble) o magari ad un francese che in modo indiretto aiuti a ricostituire la tradizionale coppia di testa europea. 

In alternativa, ove il Consiglio non trovasse il coraggio di fare una scelta politicamente forte, rimarrebbe l’altra strada di appoggiare a spada tratta il candidato che verrà scelto dalla coalizione parlamentare di maggioranza. 

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