La battaglia globale della nuova sinistra europea

La globalizzazione dell’economia è entrata negli ultimi decenni in una fase estremamente avanzata, che sta radicalmente modificando le dinamiche economiche nelle diverse aree del globo, cambiando gli equilibri storici tra capitale e lavoro all’interno delle economie nazionali.

L’evoluzione delle tecnologie di comunicazione, l’abbattimento dei costi di trasporto delle merci e la riduzione delle barriere tariffarie sui traffici commerciali sono tre fenomeni che stanno di fatto realizzando una transnazionalizzazione dei sistemi produttivi. Il capitale, molto più del lavoro, si “globalizza”, e l’impresa transnazionale si mette nelle condizioni di organizzare un ciclo produttivo su cinque continenti.

Dumping sociale
Le economie nazionali entrano in competizione tra loro per attrarre questo capitale. I governi nazionali cercano in tutti i modi di rendere il sistema-paese più appetibile agendo sulle leve fiscali, offrendo incentivi, ma anche mantenendo “economicamente vantaggiosa” la manodopera nazionale.

Si realizza così un vero e proprio dumping sociale, in cui le economie emergenti sfruttano le loro normative più flessibili in materia di lavoro per agevolare le imprese straniere che hanno investito sul loro territorio. E le economie occidentali arrancano, in una “corsa al ribasso” che si realizza sulle spalle dei lavoratori.

Questo dumping, questa concorrenza “sleale” è la faccia perversa della globalizzazione.

Contro-rivoluzione industriale 
In Occidente, il tessuto industriale si sta inesorabilmente sfaldando. La concorrenza delle economie emergenti è fortissima. A partire dai settori produttivi a più basso valore aggiunto, ma sempre più anche in settori “di eccellenza”, come la meccanica di precisione, il design e o l’hi-tech. Le imprese occidentali delocalizzano alla ricerca dei minori costi di produzione.

È una vera e propria contro-rivoluzione industriale con conseguenze tragiche per l’occupazione. Gli “operai” sono passati da un terzo a un quarto del totale dei lavoratori europei negli ultimi vent’anni. Solo in Italia si sono persi più di due milioni di posti di lavoro nel manifatturiero in trent’anni.

Non va molto meglio per le economie emergenti: l’attrazione dei capitali stranieri garantirà sì una crescita in doppia cifra, ma la struttura economica e sociale ne risulta compromessa. La dipendenza dal capitale straniero rende quelle economie estremamente esposte alle fluttuazioni economiche internazionali, così come la natura export-led della domanda. 

L’assenza di un mercato interno consistente e stabile (il ceto medio) crea disuguaglianze e iniquità. Il vantaggio competitivo rappresentato da una manodopera a basso costo (e priva di diritti) permette di attrarre investimenti, ma costituisce un freno allo sviluppo economico e (soprattutto) sociale. Dover essere (e dover restare) competitivi può diventare una “trappola da sottosviluppo”.

Deindustrializzazione e crisi
La spina dorsale del sistema economico europeo sta crollando, sotto i colpi della deindustrializzazione. E un sistema in difficoltà, come abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla nostra pelle, è facile preda della speculazione internazionale.

In Europa, la crisi economica che stiamo vivendo è nata a causa del debito sovrano. In alcuni paesi mediterranei il rapporto debito/Pil è diventato insostenibile. In realtà il problema sta nel secondo termine di questo rapporto: è il Pil a non crescere più abbastanza. Soprattutto a causa della deindustrializzazione in atto. La crisi finanziaria americana iniziata nel 2007 ha solo accelerato il declino. L’economia europea era già in agonia.

L’Europa deve recuperare la sua vocazione produttiva. Deve rimettere al centro il lavoro ed evitare di trasformarsi in una terra destinata solo al consumo. Per fare questo deve spezzare la dinamica del dumping sociale e della corsa al ribasso. È vano illudersi di poter competere “al ribasso” con i paesi in via di sviluppo. È inutile e socialmente distruttivo.

Riforma del regime del commercio internazionale
L’Unione europea, che ha competenza esclusiva in materia di commercio internazionale, deve proteggere la nostra concezione dei diritti e del welfare. Il commercio internazionale non può incentivare il deterioramento delle condizioni dei lavoratori e lo smantellamento dello stato sociale. Il regime del commercio internazionale deve essere riformato per impedire che il non rispetto dei diritti fondamentali del lavoro rappresenti una fonte di vantaggio competitivo.

Come farlo? Con una “clausola sociale”, introdotta nell’ordinamento del Wto che condizioni la partecipazione degli stati membri al libero commercio internazionale all’adozione di alcuni standard fondamentali in materia di diritto del lavoro. Per iniziare, si può fare riferimento alle convenzioni fondamentali dell’International labour oraganization (Ilo). Chi non le rispetta, non può commerciare liberamente con i paesi socialmente più avanzati.

Non sarebbe una mossa protezionistica. Di fatto, una simile clausola avrebbe l’effetto di promuovere in tutto il mondo l’innalzamento del diritto del lavoro agli standard occidentali. Un obiettivo politicamente ambizioso, ma ampiamente condivisibile.

Un obiettivo che l’Europa deve porsi, se vuole trovare una ragion d’essere che vada oltre le politiche dell’austerity e le direttive della Banca centrale. Una battaglia finalmente politica per parlare ai cittadini e farsi vedere vicina ai loro interessi.

Una battaglia globale che, in Europa, una nuova sinistra europea può e deve combattere. 

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