Affitti in nero, delazione ko

La delazione sugli affitti in nero va al tappeto. Il governo non poteva introdurre il contrasto di interessi tra locatore e inquilino in assenza di una specifica delega legislativa. Ad affermarlo è la Corte costituzionale, che con la sentenza n. 50/2014 di ieri ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 3, commi 8 e 9 del dlgs n. 23/2011 per difetto di delega. Le disposizioni recate dal decreto sul federalismo municipale, che ha introdotto la cedolare secca, prevedevano un meccanismo molto incisivo per contrastare l’evasione fiscale: il conduttore che avesse denunciato all’Agenzia delle entrate la mancata registrazione del contratto di locazione, avrebbe ottenuto il diritto ad abitare l’immobile per un periodo di quattro anni (più eventuali quattro). Anche sotto il profilo economico il vantaggio per l’inquilino sarebbe stato significativo: il canone annuo, infatti, sarebbe stato pari al triplo della rendita catastale, oltre l’adeguamento Istat, dal secondo anno in poi, pari al 75%. Una cifra irrisoria rispetto ai veri valori di mercato. Il contratto “d’ufficio” era applicabile anche qualora la locazione fosse regolarmente registrata, ma per un importo inferiore a quello effettivo, oppure in presenza di accordi di comodato fittizio.

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