Europa in ritardo sui diritti umani in Ucraina

Come è possibile che uno Stato membro del Consiglio d’Europa sia scivolato sull’orlo di una guerra civile? E com’è possibile che un altro Stato membro del Consiglio d’Europa, ovvero la Federazione russa, abbia manovrato senza scrupolo prima la leva del ricatto economico e poi addirittura quella militare?

Kiev vista dal Consiglio d’Europa
Il Parlamento ucraino, il 14 gennaio, ha varato in condizioni caotiche le cosiddette norme anti-protesta, decisione che secondo l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Risoluzione 1974/2014) ha contribuito all’escalation violenta della crisi a Kiev.

E al di là degli eccessi da parte dei manifestanti più estremisti, moltissime persone sono scese in piazza per opporsi a un regime ormai tendenzialmente autoritario e le forze dell’ordine hanno usato una violenza brutale e spropositata (dai numerosi casi di sparizioni, torture e stupri al “tiro al bersaglio” sui manifestanti di giovedì 19 febbraio).

Gli eventi di Piazza Maidan, la fuga dell’ex presidente Viktor Ianukovich e l’intervento russo appaiono l’esito di un’involuzione annunciata. L’opera di controllo svolta dal Consiglio d’Europa indicava già da tempo che il livello di rispetto dei principi di democrazia, Stato di diritto e diritti umani in Ucraina era andato pericolosamente abbassandosi.

È vero che di fronte ad una repressione brutale, ma anche al coraggio degli oppositori, il Consiglio dell’Unione europea ha infine deciso l’adozione di sanzioni mirate e ha auspicato che i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani siano giudicati in seguito ad un’inchiesta indipendente, condotta sotto la supervisione di un “International Advisory Panel” del Consiglio d’Europa (ma Ianukovich ora è sotto protezione russa e né l’Ucraina né comunque la Federazione russa hanno ratificato lo Statuto della Corte penale internazionale).

È vero anche che l’Ucraina ha disperatamente bisogno di aiuti finanziari (ma non sappiamo se la situazione sarebbe stata diversa qualora l’Unione europea avesse messo in campo i miliardi necessari per tentare di indurre Ianukovich a scegliere l’accordo di associazione).

È pure indubbio che l’Ucraina è una realtà complessa da un punto di vista politico e identitario e che è stato azzardato, specialmente da parte di alcuni Stati, affrontare la questione principalmente nell’ottica strategica di attrarla nell’orbita occidentale. È vero infine che le relazioni con Mosca sono importanti e delicate (anche per via di ben noti interessi economici).

Affinità autoritarie con Mosca
Ciò detto, in un contesto autoritario e caratterizzato da gravi e ripetute violazioni dei diritti fondamentali, cui la presidenza Ianukovich assomigliava sempre più, tutto diventa più difficile anche perché un regime autoritario tenderà ad allinearsi con un regime affine, come quello al potere a Mosca, il quale tenderà a sua volta ad assecondarne altri della stessa fatta, se non peggiori (come in Siria), anche per interessi economico-militari.

E a complicare le cose, nei rapporti con la Federazione russa (e con la Cina), contribuisce anche l’incoerenza, rispetto alla legalità internazionale, di cui alcuni paesi occidentali hanno dato prova in più di un’occasione (in Iraq, in Libia e altrove).

Gli eventi in Ucraina mostrano, in fondo, che in Europa si tende ancora a dimenticare due lezioni duramente apprese alla fine della seconda guerra mondiale: un regime che vìola i diritti umani prima o poi diventa pericoloso per la propria popolazione ed eventualmente per altri paesi, mettendo quindi a rischio pace e sicurezza. Pertanto più si attende a reagire, più sarà difficile influire sugli eventi quando questi saranno precipitati.

Naturalmente, prima della seconda guerra mondiale non avevamo gli strumenti istituzionali di cui disponiamo oggi, il che rende ancora più seria la questione che ci poniamo.

Sanzioni
Gli stati membri del Consiglio d’Europa si affidano essenzialmente alla persuasione e al dialogo e tendono a procrastinare misure più incisive (l’espulsione dall’organizzazione, peraltro, è un’opzione più simbolica che realmente percorribile). D’altra parte l’Unione europea, che dispone invece di leve più efficaci, tende quasi sempre a muoversi tardivamente, non senza esitazioni, quando è costretta a farlo da una situazione che sta precipitando e più spesso in ordine sparso che in modo coeso.

È come se vi fosse una latenza eccessiva tra il lavoro di controllo, monitoraggio e allerta del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea da una parte e l’attivazione degli strumenti di intervento dell’Ue dall’altra. Il che solleva anche un serio problema di coordinamento fra istituzioni.

C’è tuttavia una soglia critica al di là della quale il dialogo ha una presa molto relativa e sembra anzi incoraggiare un potere autoritario ad osare di più. Se in tale evenienza non si reagisce tempestivamente, secondo modalità che ovviamente variano da caso a caso, ma in modo comunque deciso quando è necessario, ci si troverà probabilmente costretti a dover intervenire in uno scenario ben peggiore.

Il dialogo e la pressione politico-morale vanno percorsi per quanto possibile ma affidarsi solo a tali strumenti offre prospettive di successo decrescenti a fronte di strutture di potere che non mostrino più alcuna reale volontà di rispettare gli standard europei fondamentali.

Una volta superata la suddetta soglia critica occorre dunque passare a contromisure serie (escluso ovviamente il ricorso unilaterale alla forza), anche perché rinunciarvi scredita norme – e i valori che le sostengono – su cui (non dimentichiamolo) è stata (ri)costruita l’Europa del secondo dopoguerra.

Questo vale anche con riferimento alla Russia di Putin.

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