Feltri: per il momento quelle di Renzi sono solo parole

Eccoci al Renzi I. Arriva il governo che suscita grandi speranze e altrettanto grandi livori. Un premier e un esecutivo attesi a molte rotture. Lo schema che potrebbe andare in frantumi è quello destra-sinistra: sembra il primo governo della storia che appare in grado di avere un consenso nel Paese fuori dai recinti ideologici soliti. Guidato da un leader di centrosinistra, financo un segretario di partito, potrebbe infatti piacere anche agli elettori di centrodestra. Sarà così? Vittorio Feltri, che a lungo è stato un campione dell’Italia moderata, dandole voce, a volte strillandola, coi giornali che ha diretto, può essere un test affidabile. Quando ci risponde al telefono, Renzi parla ancora all’emiciclo di Palazzo Madama.
Domanda. Direttore, siamo dunque arrivati a Renzi al governo. Che gliene pare?
Risposta. Questo signore ha molto successo perché usa un linguaggio nuovo rispetto agli stilemi, ai canoni del politico tradizionale. Ignora il politichese classico. Usa un altro lessico, diverso, alla portata, e questo è già motivo di attenzione da parte del pubblico. Induce nelle persone un senso di confidenza maggiore rispetto ai predecessori.
D. Un ribaltamento della comunicazione politica, in effetti.
R. È questa è una grande nota di merito. Però è evidente che non bastano le parole: servono, e sono importanti, a catturare consenso, a far capire gente quel che vuoi fare. Dopo di ché rimane il problema di sempre…
D. Vale a dire?
R. Sarà capace, Renzi, di essere coerente con quello che ha detto? Se no, si ritrova rapidamente nella palude di cui lui stesso ha parlato.
D. Ché le difficoltà non mancano…
R. Certo. Non basta avere un programma, un’idea, perché devi sottostare comunque ai regolamenti, ai riti e alle liturgie di una politica mai svecchiata nella sostanza, dalla fondazione, dall’Unità di Italia.
D. Scontiamo vizi antichi cioè…
R. Massì, se andiamo a rileggere ciò che accadeva prima del fascismo, nell’Italia giolittiana, rimaniamo stupiti di dover trovare le stesse parole, le stesse difficoltà. Perché siamo, da sempre, un Paese di legulei, di adoratori della norma. Non è vero che prima si fa la legge e poi si trova l’inganno: è vero il contrario! Spesso l’inganno è insito nella legge. Mai nessuna riforma, fatta in questo Paese, è stata all’altezza: di solito è stata peggiore del buco da rattoppare.
D. Renzi parrebbe averlo capito, visto che una delle riforme che ha messo in agenda e della quale parla spesso, anche oggi al Senato (ieri per chi legge, ndr), è quello delle burocrazie…
R. Resto convinto che Renzi debba fare i conti innanzitutto col proprio partito, col Pd, che mi pare lo stia osservando. Poi si dovrà misurare con tutti gli altri partiti e col potere ostativo tipico delle coalizioni, dove i veti incrociati sono all’ordine del giorno. Quindi ci sarà la fase esecutiva delle riforme, dove appunto il sistema della dirigenza pubblica sarà decisivo, perché sono i burocrati che scrivono materialmente le leggi e spesso le fanno non applicabili ma interpretabili. Persino Benito Mussolini ha introdotto il sistema dittatoriale per superare le pastoie che frapponevano alla sua volontà riformatrice.
D. Non mi pareva avere una vocazione democratica, peraltro. Un altro cavaliere, Silvio Berlusconi, s’è sempre lamentato del potere dei burocrati. Famosa l’espressione della macchina che «gli remava contro»…
R. Guardi B. aveva un’aggravante…
D. E cioè?
R. Che mentre cercava di fare, delegava. Pensi che delegò a Giulio Tremonti la realizzazione della Rivoluzione liberale. Affidare una cosa del genere a un socialista è una contraddizione in termini.
D. Beh, certo Tremonti fu un dei Reviglio boys (da Franco Reviglio, ministro socialista delle Finanze, ndr).
R. Appunto. No, B. è stato bravissimo nel catturare il consenso, nei discorsi, nella vendita. Un gran venditore. Peccato che non avesse il prodotto. Insomma non ha mai avuto la vocazione del governante e non ha mai governato. Qualche legge ad personam e, nemmeno andata a buon fine…
D. A guardare dai risultati, dice?
R. Dico. No, B. non sapeva manco farsi i cazzi propri, mi scusi, figurarsi se sapeva fare i nostri.
D. Ma torniamo a Renzi, direttore.
R. Torniamoci. Sul punto delle burocrazia sono curioso di vedere come farà. Così come vorrei vedere dove andrà a prendere le risorse per le cose che ha promesso…
D. Oggi ha parlato di un piano straordinario sulla scuola, anche edilizio, da realizzare da giugno a settembre, e per il quale rimuovere il Patto di stabilità. “Partiamo dalla scuola”, ha detto…
R. Sì, sulla scuola ci han provato tutti: ma è dal 1960 che non si fa altro che peggiorare. Da quando introducemmo la scuola media unica. Lo ricordo bene perché allora, facevo parte della commissione che studiò la cosa per il Partito socialista. Eravamo convinti che fosse una riforma necessaria ma è stata una boiata che ha abbassato il livello del sistema. Così ora abbiamo un sistema scolastico gentiliano ma peggiorato. Uguale ma in peggio.
D. Renzi ne ha parlato spesso, in passato. Un tema da Leopolda…
R. È una scuola diventata ricettacolo di gente poco capace, anche perché mal pagata, per cui i migliori fanno altro. Tutta l’istruzione registra uno scollamento con la vita reale e produttiva, col mondo del lavoro.
D. Anche l’università?
R. Beh, certo. Schifata dall’industria perché convinta che l’accademia sia superiore alle banalità della produzione. Lo vediamo dai nostri laureati…
D. Feltri, ma quali sono i nemici veri di Renzi, oggi?
R. Sono quelli che vogliono mantenere lo status quo, che non hanno nessuna voglia di sperimentare e sono tutti impauriti da questo giovanotto che, è vero, si presenta con una punta di bullismo, o che è avvertito come tale, e suscita diffidenza persino nei suoi stessi compagni di partito.
D. Gli diamo un voto?
R. Purtroppo non possono giudicarlo che dalle parole. Almeno il primo trimestre, lo valuteremo solo dalle intenzioni, più che dagli atti, quindi sospendo il voto.
D. Nemmeno sui ministri? Gian Antonio Stella ha scritto che questo incarico «è un impegno che farebbe tremare i polsi anche a un governo di statisti e fuoriclasse». Come dire che l’esecutivo è di tutt’altra pasta…
R. Stella ha ragione, per carità. Però sarebbe stato meglio fare gli esempio, doveva dire: ha scelto Tizio per questo ministero e invece andava meglio Caio. E così del programma, non basta dire non va.
D. B. annuncia un’opposizione ragionevole…
R. Posizione di buon senso. Quasi banale, però. Se uno mi propone di guadagnare un milioni di euro, anche se è di sinistra prima di dire no, sto a vedere.

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