Lo stato aiuta chi resta in Italia

Imprese, italiane e estere, che hanno incassato contributi pubblici, ad esempio per rinnovare gli impianti e rilanciare la produzione, non potranno delocalizzare e trasferire stabilimenti al di fuori dell’Unione europea. O almeno per farlo dovranno aspettare cinque anni da quando hanno richiesto il bonus. Altrimenti decadranno dal beneficio e dovranno restituire quanto incassato. La ricetta draconiana contro i furbetti delle agevolazioni alle imprese che in periodo di crisi incassano soldi dallo stato, salvo poi trasferirsi all’estero e licenziare, è contenuta in un emendamento alla legge di stabilità su cui si sta celebrando una singolare convergenza di vedute tra Movimento 5 Stelle e governo. A partorire la proposta di modifica è stato il capogruppo “grillino” in commissione attività produttive della camera, Mattia Fantinati. Che a dir la verità proponeva di introdurre un divieto assoluto a delocalizzare per tutte le imprese (senza distinzioni di cittadinanza) beneficiarie di contributi dello stato italiano. L’emendamento è stato un po’ addolcito dal viceministro all’economia Stefano Fassina che l’ha riformulato prevedendo un periodo minimo di permanenza in Italia di 5 anni. Entro questa finestra temporale (che decorre dalla richiesta dell’agevolazione) le imprese che hanno incassato soldi pubblici non potranno trasferire in un paese extra Ue «i beni ammessi al beneficio e gli impianti produttivi in cui sono collocati, con conseguente riduzione del personale dell’azienda». Pena, come detto, la decadenza dagli aiuti  se non sono stati ancora erogati o la restituzione dei contributi qualora siano stati già pagati. Dopo la correzione governativa l’emendamento è stato accantonato in attesa di essere votato dalla commissione bilancio di Montecitorio, dove ieri sono proseguiti i lavori sulla manovra. Il Movimento 5 Stelle è riuscito a portare a casa anche un altro emendamento in materia di agevolazioni.

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