Yara Gambirasio, parla Lorenzo B: “Ho fatto cose orribili, ora chiedo scusa alla famiglia

Dovete portare questo messaggio alla famiglia Gambirasio da parte mia: ‘Mamma Maura, papà Fulvio, io ho agito in un modo orribile e ho creato tanto dolore, ma l’ho fatto solo perché vostra figlia Yara possa un giorno trovare la pace. La vostra sofferenza è anche la mia. Perdonatemi’ Ecco, dite questo alla famiglia Gambirasio, vi prego. Poi lasciatemi in pace…” Sono le due di un sabato pomeriggio, a Bourges, cittadina senza colore nel cuore della Francia, a 800 chilometri da Bergamo, a otto ore di un’autostrada che spacca in due un’interminabile campagna. Il cielo è indeciso tra la pioggia e il sole. Siamo seduti al “Café Messire Jacques” un posto qualsiasi in una strada come tante, un tavolino e tre seggiole sul marciapiede sotto una tenda verde bottiglia, un posto dove puoi capitare soltanto per caso. Lorenzo B. sta seduto tra me e il direttore di “Giallo”, Andrea Biavardi. Nervoso, con la sigaretta tra i denti, Lorenzo trema “perché da tre giorni, da quando sono uscito di prigione, non prendo le medicine per l’insonnia che mi perseguita da una vita”. Indossa un maglione bluette con sopra un elefantino marinaretto e qualche gabbiano. Ordina un caffè ristretto. E poi parla ancora: della sua vita, della prigione e della piccola Yara Gambirasio. D’altronde siamo venuti fin quaggiù proprio per questo. Per sentire cosa ha da dire e che cosa sa Lorenzo B. della piccola Yara.

UNA POESIA INQUIETANTE Ve lo ricorderete, Lorenzo B. Su “Giallo” ve ne abbiamo parlato tanto. Lui è il cinquantenne pedofilo – ma guai a usare questa parola con lui perché: «Per carità, io non sarei mai capace di far del male a un bambino» – finito in carcere quattro volte per detenzione di materiale pedopomografico. Lorenzo nel 2010 ha cercato di incontrare dal vivo una ragazzina della provincia di Bergamo, Laura C., di anni 13, che aveva conosciuto qualche mese prima su Facebook fingendosi un giovanotto francese di un anno più grande di lei, Laurent.La mamma di Laura aveva scoperto l’inganno e aveva mandato tutto allaria. Lui, allora, si era impossessato del profilo facebook di Laura, delle sue foto, delle sue amicizie, e con il nome e il cognome di Laura aveva riempito il web di frasi, pensieri, video. Tutti ossessivamente dedicati alla piccola Yara Gambirasio. Lorenzo, infatti, ha iniziato a fingere di essere Laura, e a fingere che Laura fosse una carissima amica della piccola Yara, la più cara tra le amiche. Una compagna di ginnastica ritmica, addirittura. Fingeva di essere distrutta dal dolore per la scomparsa prima, e la morte poi, della ragazzina di Brembate di Sopra. Di più. Diceva di sapere qualcosa dellassassino. Diceva che era un tizio che faceva paura. Che tutte lì a Brembate lo conoscevano, che tutte tremavano quando passava, che tutte avevano il terrore di essere prese da lui. Fino al giorno del funerale della piccola, quando addirittura scrisse: «Anche stanotte sei tornata, ti ho vista… ti ho sentita… e poi ceri tu… e le tue grida… il tuo pianto… l’orrore… e poi…». Una poesia dedicata alla ragazzina da far venire la pelle d’oca. Uno strazio, quasi una confessione.

ERA UN RAGAZZO “DIFFICILE” “Giallo” vi ha raccontato tutto questo e altro ancora. Vi abbiamo spiegato infatti che Lorenzo da giovane era un allenatore di ginnastica artistica, un dettaglio che lo avvicina se possibile ancora di più alla storia della piccola Yara. Vi abbiamo detto che i primi tre anni di vita li ha trascorsi in un orfanotrofio a San Fermo della Battaglia, in provincia di Como, con la sorellina. Insospettiti da queste coincidenze che lo legano a Yara, siamo andati in Svizzera, a trovare la sua mamma e il suo papà e ve ne abbiamo dato conto. Loro ci hanno raccontato di un ragazzino difficile, venuto su a fatica, tra fughe da casa, banchi lanciati contro i professori, scatti di rabbia e momenti strani come le notti passate a saltare sui tetti. Ci hanno detto che Lorenzo ha trascorso l’adolescenza in un centro per ragazzi complicati, un “foyer”, e che è stato arrestato in Svizzera e poi in Italia. Ci hanno detto: «Non ha mai lavorato, gli mandavamo i soldi, qualche centinaio di franchi, raramente qualche migliaio, togliendoci il pane di bocca, e lui ci si comperava i computer. Da un anno non lo sentiamo più ma ci aspettavamo che prima o poi lui, forse nel centro per ragazzi difficili, lì frequentava cattive compagnie, gente pericolosa. Mio fratello mi ha rovinato la vita, mi ha portato alla droga, a una sofferenza da cui sto uscendo solo ora, con tanta fatica». Marco ci ha detto che Lorenzo aveva alcuni coltelli, da giovane, e che li sapeva usare. «Una volta ne ha alzato uno perfino contro nostro padre, e non è finita in tragedia solo per un caso». E poi: «Voglio fare un appello a mio fratello: voglio dirgli che io lo so che lui non è un assassino, ma se sa qualcosa su Yara, se sa chi Tha uccisa, deve parlar Si lavi la coscienza, ci liberi almeno da questo peso». Gli inquirenti italiani, a cui “Giano” si è rivolto, hanno iniziato a indagare su Lorenzo. Ma dopo una settimana si sono fermati.

«MI È MORTO UN FIGLIO» Lorenzo spegne la sigaretta e ci parla: «Ciò che ho fatto, l’ho fatto per non lasciare che la piccola Yara fosse dimenticata e tutto questo mi è già costato 20 mesi di prigione. Anche io, come i signori Gambirasio, ho perso un figlio 3 anni fa. Era il mio cucciolo. E morto di leucemia. Non lo sa nessuno. Non lo posso provare. Si chiamava Laurent, Lorenzo, come me. Aveva 14 anni. Ora voglio solo vivere anche io il mio lutto, e ricostruire la mia vita: sto in una casa di campagna con un amico conosciuto in prigione. Insieme abbiamo messo su una società di computer. Vogliamo anche creare un’associazione per assistere i detenuti che escono dalla galera. Quando sono uscito di prigione io, la terza volta, nel 2012, mi sono trovato senza soldi e senza casa. Ho vissuto anche per strada. Uno schifo».

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